Trump conferma la svolta: Stati Uniti fuori dalla Convenzione Onu sul clima
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Redazione Esteri
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La decisione dell'amministrazione Trump di avviare il recesso degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ratificata nel 1992, rappresenta una frattura storica nella governance ambientale globale, una mossa che va ben oltre il già annunciato ritiro dall'Accordo di Parigi del 2015. Il segretario esecutivo della Conferenza Onu, Simon Stiell, ha definito senza mezzi termini la scelta "un colossale autogol", sottolineando come Washington si autoescluda dal tavolo nel quale, da decenni, si definiscono le regole fondamentali, i criteri scientifici e gli impegni politici per affrontare la crisi climatica. Abbandonare l'Unfccc, che costituisce l'architettura giuridica di base per la cooperazione internazionale in materia, significa infatti rinunciare non solo a un accordo specifico, ma all'intero processo negoziale permanente, con ripercussioni immediate sulla condivisione dei dati, sul monitoraggio degli impegni e sulla fiducia reciproca tra i paesi.
Le conseguenze di un addio strutturale
Mentre l'Accordo di Parigi, pur fondamentale, stabiliva obiettivi e meccanismi di implementazione, la Convenzione quadro ne rappresenta il fondamento ineludibile, l'ombrello sotto il quale tutte le discussioni tecniche e politiche trovano una legittimazione. La fuoriuscita americana, pertanto, priva il sistema di uno dei principali attori finanziari e politici, rischiando di indebolire non solo gli sforzi di mitigazione, ma anche quelli di adattamento nei paesi più vulnerabili, i quali vedono erodersi le già incerte risorse disponibili. L'allontanamento dalla piattaforma dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, l'organismo scientifico di riferimento dell'Onu, completa un quadro di disimpegno dalla scienza climatica che molti osservatori considerano ancor più grave delle implicazioni diplomatiche, poiché mina alla base il principio di un'azione informata e collettiva fondata su dati condivisi.
Il contesto più ampio del disimpegno multilaterale
Questa mossa, del resto, non costituisce un evento isolato ma si inserisce in una strategia più ampia di revisione degli impegni internazionali assunti dagli Stati Uniti, come evidenziato dall'elenco di sessantasei organizzazioni e trattati multilaterali dai quali l'amministrazione ha ordinato di ritirarsi. Tra questi, cinque accordi relativi alla cybersicurezza e alla governance tecnologica, settori strategici per la competizione globale, segnalano una ritirata americana da fronti cruciali per la stabilità internazionale. Un ex ambasciatore italiano all'Onu, pur riconoscendo che "alcuni di quegli enti sono pleonastici", ha evidenziato come il sistema multilaterale, pur nella sua imperfezione, "ha garantito ottant'anni di imperfetta stabilità", avvertendo che lasciar naufragare questi strumenti equivale a un assist pericoloso alla visione nazionalista.
Uno scenario globale ridefinito
La metamorfosi del paesaggio politico statunitense, dunque, produce effetti a catena che ridisegnano gli equilibri di potere e di responsabilità sulla scena mondiale. L'Europa, chiamata in causa direttamente, si trova a dover riconsiderare il proprio ruolo di difensore di un ordine basato su regole comuni, mentre altri attori globali potrebbero approfittare del vuoto lasciato dagli americani per avanzare modelli alternativi di cooperazione, meno vincolanti e più orientati agli interessi nazionali. Il terremoto nel mondo della diplomazia climatica, il più fragoroso tra quelli innescati da queste scelte, costringe tutti i rimanenti firmatari a fare i conti con un'assenza ingombrante, che rischia di rallentare ogni progresso e di frammentare ulteriormente la risposta a quella che rimane una minaccia esistenziale e collettiva.




