Minneapolis, Homan annuncia la fine dell’operazione Metro Surge ma lascia un drappello di agenti dell’Ice
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Redazione Esteri
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La tensione che per oltre due mesi ha avvolto Minneapolis e St. Paul, trasformando le Twin Cities in un simbolo della controversa offensiva federale contro l’immigrazione irregolare, sembra destinata ad attenuarsi. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi presso l’edificio federale Bishop Henry Whipple a Fort Snelling, Tom Homan, il capo dell’immigrazione nominato da Donald Trump e noto come “lo zar dei confini”, ha ufficializzato la conclusione della cosiddetta Operazione Metro Surge. L’annuncio, arrivato dopo settimane di proteste e due sparatorie mortali che hanno coinvolto agenti federali, certifica un ridimensionamento massiccio della presenza di Ice e pattuglia di frontiera sul territorio, sebbene Homan abbia precisato che una parte degli effettivi – un “piccolo drappello”, nelle sue parole – rimarrà operativa ancora per qualche giorno. La motivazione ufficiale, snocciolata con la consueta fermezza dal funzionario, risiede nei “progressi significativi” ottenuti sul piano della cooperazione con le autorità locali e statali, una collaborazione che Homan stesso ha definito senza precedenti e che avrebbe permesso di ridurre la necessità di pattugliamenti massicci in strada.
Dietro la retorica della vittoria, celebrata da Homan con la dichiarazione secondo cui il Minnesota sarebbe diventato “uno Stato meno santuario per i criminali”, si cela però il peso specifico di quanto accaduto nelle settimane precedenti. L’operazione, che aveva visto il dispiegamento di circa tremila agenti federali a partire dai primi di dicembre, era infatti degenerata in episodi di violenza incontrollata: l’uccisione di Renee Good, trentasettenne madre di tre bambini, freddata all’interno della propria auto il 7 gennaio, e quella di Alex Pretti, infermiere trentasettenne colpito a morte il 30 gennaio mentre tentava di proteggere una manifestante, avevano trasformato l’opinione pubblica locale. Le vittime, entrambe cittadine statunitensi, sono state inizialmente definite “terroristi domestici” dall’amministrazione – una posizione che ha reso incandescente il clima sociale e ha spinto la Casa Bianca a sostituire il comandante Gregory Bovino con Homan, incaricato di operare una delicata opera di de-escalation sul campo -1-6-7.
La cooperazione con le contee e il nuovo assetto operativo
Il meccanismo che ha permesso il ridimensionamento della forza pubblica poggia su un cambio di strategia procedurale piuttosto che su una revisione degli obiettivi finali. Homan ha illustrato come un numero crescente di contee abbia accettato di collaborare trasferendo direttamente immigrati con precedenti penali dalle carceri locali alla custodia federale, un processo che elimina la necessità di estese operazioni di rastrellamento nei quartieri residenziali. Questo metodo, definito più sicuro per gli agenti e per la collettività, ha consentito di avviare il ritiro immediato di settecento unità già nella settimana precedente all’annuncio, con l’obiettivo di riportare l’organico verso le consuete centocinquanta unità storicamente presenti nell’area. Homan ha sottolineato che la presenza federale non verrà meno, ma assumerà una conformazione più contenuta, funzionale a chiudere formalmente la fase straordinaria e a restituire il comando all’ufficio locale: la priorità dichiarata rimane infatti la cattura di individui qualificati come minacce per la sicurezza pubblica, nonostante il monito del capo dell’immigrazione sia rimasto inequivocabile – chiunque si trovi nel Paese illegalmente non può ritenersi al sicuro da eventuali provvedimenti di espulsione -2-4-8.
Lo stallo politico e il condizionale del governatore Walz
Sul versante istituzionale, l’annuncio di Homan non ha dissolto le diffidenze accumulate nei mesi di scontro. Il governatore Tim Walz, democratico e bersaglio frequente delle critiche presidenziali, aveva anticipato nei giorni scorsi la possibilità di una conclusione imminente delle operazioni, ma ha accolto la notizia con la formula del “fidarsi ma verificare”, consapevole che la promessa di un ritiro non equivale a una smobilitazione definitiva. Walz, che ha definito l’operazione federale una vera e propria occupazione e una campagna di ritorsione, ha preannunciato un pacchetto di misure per sostenere le imprese locali e le famiglie colpite dall’impatto economico e sociale dei raid. Parallelamente, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, pur definendo l’annuncio come una tappa verso la “rinascita” della città, ha ricordato la natura catastrofica dell’operazione per i residenti e i commercianti. Nel frattempo, sullo sfondo resta irrisolta la partita politica sui finanziamenti al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale: i democratici al Congresso hanno condizionato il loro sostegno al rifinanziamento dell’ente a profonde modifiche nelle pratiche dell’Ice, e la distanza tra le parti permane considerevole -3-9.
Le body-cam e la memoria delle vittime
Un passaggio specifico della conferenza stampa ha riguardato l’introduzione sistematica delle body-worn camera per gli agenti impegnati sul campo, una misura che Homan ha presentato come una propria iniziativa volta a colmare una lacuna procedurale divenuta insostenibile dopo i fatti di sangue. La segretaria per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, ha disposto il dispiegamento immediato dei dispositivi in Minnesota, in attesa di un’estensione nazionale: una scelta che Homan ha motivato con la necessità di trasparenza, laddove la stessa amministrazione Trump aveva inizialmente giustificato gli operati dei propri agenti respingendo qualsiasi ipotesi di responsabilità. Rimangono tuttavia senza risposta, sul piano giudiziario, le richieste di un’indagine indipendente sulla morte di Good e Pretti: il dipartimento non ha avviato procedimenti interni nei confronti degli agenti coinvolti, e la narrazione ufficiale continua a dipingere le vittime come ostacoli all’azione delle forze dell’ordine. La ritirata annunciata da Homan, se da un lato allenta la morsa federale su Minneapolis, dall’altro lascia aperte ferite profonde in una città che ha visto agenti mascherati pattugliare le proprie strade con metodi che molti osservatori hanno paragonato a quelli di un presidio bellico -4-6.




