Disturbi alimentari, la cura non può aspettare: il punto debole è ancora tra casa e ospedale

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Curare un disturbo della nutrizione e dell'alimentazione non significa soltanto trovare uno specialista. Significa mettere insieme nutrizione clinica, psicologia, psichiatria, pediatria o neuropsichiatria infantile quando necessario, ospedale e territorio. E farlo per tutto il tempo necessario. In Piemonte negli ultimi anni la rete è cresciuta e alcuni risultati sono già visibili. Ma restano differenze tra territori, difficoltà nel reperire alcuni professionisti e soprattutto passaggi nei quali il paziente rischia di trovarsi davanti a un vuoto.

Una rete a sei livelli, ma i nodi restano

La risposta regionale si articola su sei livelli di presa in carico, dal medico di medicina generale e dal pediatra di libera scelta fino al centro esperto regionale, passando per l'ambulatorio di primo livello, quello complesso o semiresidenziale, il ricovero ospedaliero e la comunità terapeutica. È un'architettura pensata per differenziare gli interventi in base alla complessità del disturbo, evitando che l'ambulatorio si trasformi nel contenitore unico di problemi che richiedono intensità di cura diverse.

Il nodo, però, è la tenuta di questo sistema nel tempo: la stabilizzazione delle équipe, il rischio di disparità tra le aziende sanitarie e la difficoltà a mantenere le competenze specialistiche nei presidi periferici.

La transizione più delicata

C'è poi un passaggio che gli operatori indicano come particolarmente critico: il momento in cui un paziente smette di essere seguito dai servizi per l'età evolutiva e deve entrare nei percorsi per gli adulti. È una fase nella quale la continuità assistenziale rischia di spezzarsi, proprio quando il disturbo non è ancora risolto e il paziente ha bisogno di non ricominciare da capo con nuovi professionisti.

Per questo gli Stati generali hanno indicato tra le priorità la definizione di protocolli condivisi e di rapida attivazione, a livello regionale e nazionale, per evitare che il cambio di setting coincida con un'interruzione delle cure.

I numeri di una domanda che cresce

Le stime regionali parlano di oltre 200 mila persone che in Piemonte convivono con una forma di disturbo della nutrizione e dell'alimentazione. Per le due manifestazioni più gravi, la prevalenza stimata è dello 0,5 per cento per l'anoressia nervosa e dell'1,2 per cento per la bulimia nervosa, valori che corrispondono a circa 20 mila persone con anoressia e oltre 40 mila con bulimia. Per l'anoressia nervosa, la stima regionale indica almeno 8-9 nuovi casi ogni 100 mila donne all'anno.

Circa il 30 per cento dei casi può richiedere cure ospedaliere intensive, mentre nel 40 per cento può essere necessario più di un ricovero.

Quello che i servizi riescono a fare

Sul fronte dell'accesso, i tempi si sono ridotti in modo sensibile. Nel centro esperto regionale vengono erogate oltre 10 mila prestazioni all'anno, mentre nell'Asl Città di Torino il potenziamento dei servizi ha portato a un incremento di circa il 35 per cento dei trattamenti psicoterapeutici. L'attesa media per una prima visita è scesa dagli otto mesi di qualche anno fa a 40 giorni, con valutazioni in circa dieci giorni nei casi urgenti. È il segnale che una parte della macchina organizzativa ha ingranato.

Resta da capire se la riduzione delle liste d'attesa basterà a intercettare un fenomeno che gli stessi clinici descrivono come sempre più precoce e trasversale, fino a coinvolgere l'infanzia e la pre-pubertà.

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