Il capo dell’Fbi Patel nel mirino di Trump: tra alcol, assenze e una causa da 250 milioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria all’interno della Casa Bianca, già resa irrespirabile dai continui avvicendamenti voluti da Donald Trump, si è fatta ancora più pesante per Kash Patel, l’attuale direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi). Dopo aver assistito, quasi da spettatore, al siluramento del segretario alla Marina da parte del segretario alla Difesa Pete Hegseth – un’operazione che ha avuto la piena benedizione del presidente –, per Patel il conto alla rovescia sembra ormai iniziato. Un alto funzionario dell’amministrazione, in una conversazione riservata riportata da Politico, ha infatti descritto la sua imminente rimozione non più come un’eventualità, ma come una certezza destinata a concretizzarsi “solo con il passare dei giorni”. Sebbene non siano stati forniti dettagli specifici su una data precisa, la sensazione è che la tolleranza del presidente nei confronti del suo direttore dell’Fbi sia giunta al capolinea, logorata da una serie di frizioni che vanno ben oltre la semplice gestione operativa dell’agenzia.

L’inchiesta dell’Atlantic dipinge un quadro inquietante

A innescare la miccia che potrebbe far saltare la poltrona di Patel è stato un lungo reportage pubblicato dalla storica rivista *The Atlantic*, nota per le sue inchieste di profilo politico e culturale. L’articolo, che ha scatenato un putiferio mediatico, non si è limitato a criticare le scelte dirigenziali del capo dell’Fbi; ha invece scavato nella sua condotta personale, tratteggiando il ritratto di un uomo descritto come “erratico”, spesso irreperibile e, secondo le testimonianze di decine di fonti interne all’apparato di sicurezza, afflitto da un uso smodato di alcol. I racconti parlano di riunioni mattutine rinviate all’ultimo minuto a causa di “nottate alcoliche”, di difficoltà dei collaboratori nel rintracciarlo in momenti critici e di un clima di paranoia tale da fargli temere, in un’occasione a causa di un banale errore di login a un sistema interno, di essere stato già licenziato dallo stesso Trump. Tali rivelazioni hanno immediatamente acceso i riflettori del Congresso, dove i democratici della Commissione Giustizia alla Camera hanno chiesto a gran voce che il direttore si sottoponesse a un test di screening per valutare i cosiddetti “modelli dannosi di consumo di alcol”, temendo che il suo comportamento possa rappresentare una vera e propria falla nella sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

La controffensiva legale e la strategia della tensione

Lontano dal rimanere in silenzio, Kash Patel ha risposto all’affondo della rivista con una mossa tipica di chi decide di giocare duro: una causa per diffamazione da 250 milioni di dollari. Attraverso i suoi legali, Patel accusa *The Atlantic* di aver pubblicato consapevolmente “false e fabbricate” accuse, orchestrando una campagna diffamatoria per distruggere la sua reputazione. La difesa del direttore punta il dito contro la tempistica concessa per replicare alle 19 domande dettagliate della giornalista Sarah Fitzpatrick, una finestra di sole due ore che i suoi avvocati definiscono la prova regina del cosiddetto “actual malice” (l’effettiva malafede), il requisito fondamentale per vincere una causa di questo tipo da parte di un pubblico ufficiale negli Stati Uniti. La redazione della rivista, dal canto suo, si è trincerata dietro la solidità delle proprie fonti – oltre due dozzine di persone – e ha promesso una difesa “vigorosa” in aula, rifiutando qualsiasi ipotesi di retromarcia.

L’ombra del licenziamento e i precedenti nell’amministrazione

Mentre la battaglia legale si consuma nelle aule di giustizia, il fronte politico appare per Patel in salita. Le fonti vicine a Trump riferiscono che il presidente è “stufo” del continuo stillicidio di notizie negative che circonda il suo capo dell’Fbi; una copertura mediatica che, a detta dei funzionari di West Wing, rappresenta “un’immagine poco edificante” per un membro del suo gabinetto. La situazione ricorda per certi versi le epurazioni che hanno già colpito altri alti funzionari dell’esecutivo, dove la lealtà al presidente e la capacità di mantenere un profilo basso sembrano contare più dei risultati sul campo. Sebbene la Casa Bianca abbia cercato di minimizzare parlando di un calo storico della criminalità sotto la guida di Patel, il dado sembra ormai tratto: per il direttore dell’Fbi, che aveva tanto temuto questo momento, l’attesa per la telefonata che mette fine a ogni incarico potrebbe essere davvero questione di ore o, al massimo, di giorni.

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