Kash Patel, direttore dell’Fbi, fa causa al “The Atlantic” per diffamazione: chiede 250 milioni dopo le rivelazioni su alcol e assenze

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il silenzio, si sa, a Washington non è mai una buona opzione quando si siede sulla poltrona del direttore dell’Fbi, e Kash Patel – che ha ereditato un’agenzia già provata da tempeste politiche interne – sembra aver scelto la strada opposta: quella della controffensiva legale. A poche ore di distanza dalla pubblicazione di un’inchiesta firmata dalla rivista “The Atlantic” che ne tratteggiava un ritratto a dir poco preoccupante (fatto di assenze ingiustificate, comportamenti definiti “eratici” e un presunto abuso di alcol capace, secondo alcune fonti, di costituire una “vulnerabilità per la sicurezza nazionale”), Patel ha risposto con una causa per diffamazione da 250 milioni di dollari. L’azione legale, depositata presso il tribunale distrettuale di Washington, non solo contesta punto per punto le affermazioni della rivista, ma le qualifica come “false e fabbricate”, un tentativo, a suo dire, di distruggerne la reputazione e spingerlo alle dimissioni.

Un’inchiesta corrosiva e la “paranoia” del blocco informatico

Il fulcro dell’inchiesta, che ha scatenato la reazione furibonda del diretto interessato, si basa sulle testimonianze di oltre due dozzine di fonti anonime interne all’apparato di sicurezza. Tra gli episodi più gravi riportati, spicca quello occorso il 10 aprile scorso: Patel, secondo quanto scrive Sarah Fitzpatrick (la giornalista citata nella causa), avrebbe avuto un “crollo nervoso” momentaneo dopo essere stato temporaneamente bloccato fuori da un sistema informatico interno. In preda al panico, avrebbe iniziato a chiamare collaboratori e alleati per annunciare di essere stato licenziato dalla Casa Bianca; due testimoni hanno descritto la scena come un vero e proprio “freak-out”. Sebbene il disguido si sia risolto in un banale problema tecnico, l’aneddoto è stato utilizzato dalla rivista per dipingere un clima di costante insicurezza e paranoia all’interno dell’ufficio del direttore, descrivendolo come un uomo “sospettoso” e propenso a saltare a conclusioni affrettate. Patel, nella memoria difensiva allegata alla causa, non nega l’accaduto (parla di un “normale problema tecnico”), ma rigetta con forza la lettura che ne è stata data, accusando l’emittente di aver scavato nel gossip per minare la sua autorità.

La vita notturna, le birre e la sicurezza nazionale

Non è, però, solo la questione informatica a infiammare il dibattito. L’inchiesta del “The Atlantic” ha scoperchiato un vaso di Pandora fatto di abitudini private che, secondo i funzionari interpellati, stanno interferendo pesantemente con la routine lavorativa. Diversi agenti hanno raccontato di riunioni mattutine rinviate a causa delle “notti di alcol” del capo, arrivando persino a citare un episodio in cui la sua scorta avrebbe dovuto richiedere attrezzature da sfondamento (quelle usate dallo Swat) per accedere alla sua stanza, rimasta inspiegabilmente chiusa e senza risposta. “L’idea che Patel possa trovarsi alla guida della risposta a un possibile attacco terroristico mi tiene sveglio la notte”, ha confesso un agente citato nell’articolo. Una preoccupazione, quella per la prontezza operativa, che si intreccia con la cronaca più leggera ma ugualmente imbarazzante: solo pochi mesi fa, durante una “trasferta di lavoro” alle Olimpiadi invernali finanziata dai contribuenti, il direttore era stato ripreso mentre festeggiava con la squadra di hockey maschile, birra alla mano, in un momento di evidente spensieratezza che aveva suscitato malumori persino all’interno dello staff presidenziale.

La replica legale: “attual malice” e la difesa a oltranza

In risposta a queste accuse, l’avvocato di Patel, Jesse Binnall, ha invece puntato il dito contro il metodo giornalistico della rivista. La denuncia sostiene che “The Atlantic” abbia deliberatamente ignorato una lettera di pre-pubblicazione in cui si chiedeva più tempo per confutare le diciannove affermazioni principali dell’articolo, pubblicandolo comunque a poche ore di distanza. Per questo, la difesa invoca il parametro legale dell'”actual malice” (l’effettiva malafede), sostenendo che l’emittente fosse consapevole della falsità delle informazioni o abbia agito con temerario disprezzo della verità. “Hanno varcato il limite legale”, si legge nel testo della causa, “scrivendo falsità e calunnie”. Dall’altra parte, la redazione del magazine – che ha modificato il titolo originale dell’inchiesta da “Kash Patel’s Erratic Behavior Could Cost Him His Job” a “The FBI Director Is MIA” – non ha mostrato alcuna intenzione di arretrare: “Sosteniamo il nostro lavoro e difenderemo vigorosamente i nostri giornalisti in questa causa senza merito”. La vicenda, che mescola gossip da happy hour e pesanti implicazioni per la sicurezza nazionale, si preannuncia come uno dei contenziosi più seguiti tra l’amministrazione Trump (ora stabilmente insediata) e la stampa d’inchiesta, con entrambe le parti blindate nelle rispettive trincee.

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