Il direttore dell’Fbi, Kash Patel, cita in giudizio The Atlantic per diffamazione e chiede 250 milioni: «Falsità e calunnie»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La prestigiosa rivista statunitense The Atlantic, storica testata di approfondimento politico e culturale spesso al centro di accese polemiche per le sue inchieste, ha pubblicato un lungo dossier sull’attuale direttore del Federal Bureau of Investigation, Kash Patel, scatenando una reazione immediata e durissima da parte del diretto interessato. L’articolo, che dipinge un quadro quantomeno preoccupante della gestione dell’uomo alla guida della principale agenzia di sicurezza americana, descrive Patel come una figura erraticamente instabile, spesso assente dal posto di lavoro e, secondo le testimonianze raccolte da decine di fonti interne all’amministrazione, segnata da un uso smodato di alcol. In risposta a queste rivelazioni, che hanno fatto rapidamente il giro del mondo, il capo dell’Fbi ha deciso di passare al contrattacco sul fronte giudiziario.

La causa da un quarto di miliardo per “malizia effettiva”

Kash Patel ha ufficialmente intentato una causa per diffamazione contro The Atlantic e l’autrice dell’inchiesta, la giornalista Sarah Fitzpatrick, chiedendo un risarcimento danni pari a 250 milioni di dollari. La denuncia, depositata presso il tribunale distrettuale di Washington, sostiene che l’articolo – il cui Titolo online recita “Il direttore dell’Fbi è disperso” – sia “pieno di falsità e calunnie palesemente inventate”, con l’unico scopo di distruggere la reputazione del direttore e spingerlo alle dimissioni. La strategia legale di Patel si basa sul concetto di “actual malice”, ovvero la prova che la pubblicazione abbia agito con la consapevolezza di diffamare il diretto interessato o con una spericolata negligenza nel verificare la veridicità di quanto riportato. Il suo legale, Jesse Binnall, ha sottolineato come la rivista abbia ignorato le smentite dettagliate arrivate dall’Fbi e non abbia concesso al direttore un lasso di tempo ragionevole per rispondere alle accuse, pubblicando l’articolo poco più di due ore dopo l’ultimo scambio di comunicazioni. L’editore di The Atlantic, dal canto suo, ha già definito la causa “priva di fondamento”, dichiarandosi pronto a difendere vigorosamente la propria inchiesta in aula.

L’inchiesta: assenze, alcol e comportamenti paranoici

Il reportage incriminato, che ha messo in allarme non solo l’opinione pubblica ma anche gli scranni del Congresso, cita oltre due dozzine di fonti anonime – tra cui funzionari in servizio ed ex dipendenti dell’Fbi, membri del Dipartimento di Giustizia e persino lavoratori del settore dell’ospitalità – per delineare una routine lavorativa diventata ingestibile. Secondo quanto ricostruito, sarebbero state numerose le occasioni in cui riunioni e briefing mattutini sono stati posticipati a causa delle “nottate alcoliche” del direttore, il quale si sarebbe presentato in alcuni locali esclusivi di Washington e Las Vegas in stato di “evidente ebbrezza”. A preoccupare ulteriormente i vertici dell’agenzia, inoltre, sono le assenze ingiustificate: fonti vicine alla sicurezza raccontano di un capo spesso “irraggiungibile”, che ritarda decisioni cruciali in indagini delicate che richiedono la sua autorizzazione. In un episodio particolarmente grave, riportato dalla stessa rivista, la scorta di Patel avrebbe addirittura richiesto “attrezzatura d’irruzione” per sfondare una porta dietro la quale il diretto interessato era rimasto privo di sensi, presumibilmente a causa dell’alcol, rendendolo inavvicinabile.

La paura di essere licenziato e la replica del senatore Durbin

Oltre alla condotta privata, l’inchiesta rivela un aspetto forse ancora più squisitamente politico, legato alla psicosi da licenziamento che affliggerebbe Patel. L’articolo descrive un uomo “giustamente paranoico” – come lui stesso si sarebbe definito –, terrorizzato all’idea di essere il prossimo a lasciare l’amministrazione Trump. Una tensione palpabile che sarebbe esplosa in un episodio emblematico accaduto ad aprile, quando un banale errore tecnico lo ha bloccato fuori dal sistema informatico interno; in preda al panico, convinto di essere stato licenziato all’istante, avrebbe chiamato i suoi collaboratori per annunciare l’avvenuto esonero. Nel frattempo, la bufera mediatica ha trovato eco anche all’interno del Senato: il senatore Dick Durbin, esponente di spicco della minoranza democratica, è intervenuto pubblicamente chiedendo le immediate dimissioni di Patel. Durbin ha dichiarato che il comportamento del diretto interessato rappresenta un “rischio per la sicurezza nazionale” e che la nazione non può permettersi di avere ai vertici dell’Fbi una persona “sleale verso il popolo e fedele soltanto al presidente”.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.