L’Fbi nella bufera: ubriaco, paranoico e irreperibile, il capo Patel fa causa al “Atlantic” per 250 milioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le agende degli agenti speciali vengono rimodulate per evitare le ore mattutine, i briefing vengono posticipati e persino la squadra di sicurezza fatica a svegliarlo. Questa, a grandi linee, la fotografia dell’attuale amministrazione dell’Fbi scattata da un’inchiesta di The Atlantic, che ha gettato una luce sinistra sulla gestione di Kash Patel, il direttore scelto dall’amministrazione Trump. La prestigiosa rivista statunitense, nota per i suoi approfondimenti politici, ha raccolto le testimonianze di oltre due dozzine di fonti interne all’apparato di sicurezza: ne emerge il ritratto di un uomo erratico, spesso assente e segnato – secondo i racconti – da un uso smodato di alcol tanto da indurre i suoi stessi uomini a interrogarsi sulla sua reazione in caso di crisi nazionale. Un agente, in particolare, ha confidato ai giornalisti che l’idea di vedere Patel alla guida della risposta a un possibile attacco terroristico, come quelli temuti durante l’attuale stato di alta allerta per il conflitto in Iran, è ciò che gli “toglie il sonno la notte”.

Panico per un’email e l’assedio alla porta blindata

A rendere il clima interno ancora più teso, scrive The Atlantic, non sono solo le presunte abbuffate alcoliche ma un comportamento che molti colleghi definiscono “paranoico”. Il detonatore di questa ansia sarebbe la paura ossessiva di essere licenziato da Donald Trump. Il culmine di questo stato d’animo si sarebbe verificato il 10 aprile scorso: a seguito di un banale problema tecnico con il sistema informatico interno, Patel avrebbe avuto un vero e proprio crollo nervoso, convinto di essere stato escluso ad arte dai database per essere allontanato dall’incarico. In preda al panico, avrebbe tempestato di chiamate collaboratori e alleati, innescando una ridda di voci che è rapidamente rimbalzata da Washington fino alla Casa Bianca. La situazione sarebbe degenerata a tal punto che, in un’altra occasione, gli agenti preposti alla sua sicurezza sarebbero stati costretti a richiedere un “equipaggiamento di sfondamento” – lo stesso usato dalle squadre Swat – per fare irruzione in una stanza in cui il direttore si era barricato ed era irraggiungibile.

La causa da un quarto di miliardo e l’accusa di “malevolenza”

La reazione di Kash Patel non si è fatta attendere. Attraverso i suoi canali ufficiali, prima ha lanciato un avvertimento (“Pubblicate, sono tutte false, ci vediamo in tribunale – portate il libretto degli assegni”), per poi passare ai fatti depositando una querela per diffamazione federale. La causa, intentata contro la rivista e la giornalista Sarah Fitzpatrick, chiede un risarcimento danni di 250 milioni di dollari. Nelle carte depositate in tribunale, i legali del direttore sostengono che l’articolo “falsamente asserisce” che Patel sia un “ubriacone abituale, incapace di svolgere i doveri del suo ufficio, una minaccia per la sicurezza pubblica e vulnerabile alla coercizione straniera”. L’accusa formale è quella di “dolo effettivo” (actual malice), ovvero la consapevolezza, da parte della rivista, di pubblicare false dichiarazioni con l’intento di distruggere la sua reputazione e cacciarlo dall’incarico.

La difesa del “Atlantic” e la strategia legale

Dall’altra parte della barricata, The Atlantic non ha alcuna intenzione di arretrare. Interpellata sulla querela, una portavoce della rivista ha dichiarato che sosterranno il loro lavoro giornalistico e difenderanno “vigorosamente” i loro giornalisti da quella che definiscono una causa “senza merito”. La reporter Fitzpatrick, dal canto suo, ha ribadito di “firmare ogni parola” del servizio, forte di un lavoro investigativo che gli esperti definiscono solido ma che dovrà ora confrontarsi con lo scoglio giuridico rappresentato dalla prova del “dolo”. Per un pubblico ufficiale come Patel, vincere una causa del genere è storicamente molto complesso, a meno che non si dimostri che la rivista abbia pubblicato consapevolmente il falso. La difesa di Patel punta il dito contro il rifiuto della testata di concedere più tempo per rispondere alle accuse prima della pubblicazione, un dettaglio che i suoi avvocati definiscono la “più forte prova possibile” della malevolenza nei suoi confronti. Non è la prima volta che il direttore finisce sotto i riflettori per comportamenti borderline: solo pochi mesi fa, durante un viaggio “di lavoro” pagato dai contribuenti alle Olimpiadi invernali, era stato ripreso mentre festeggiava con una birra in mano nello spogliatoio della squadra di hockey, un episodio che aveva già scatenato forti imbarazzi.

Meta Description: L’inchiesta del “The Atlantic” accusa il capo dell’Fbi di alcolismo e paranoia. Kash Patel risponde con una causa da 250 milioni di dollari per diffamazione.

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