L’Fbi si interroga sulla tenuta del suo capo: l’inchiesta che descrive Patel come un rischio per la sicurezza
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Redazione Esteri
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L’allarme, per usare un eufemismo, è più che tangibile all’interno degli uffici del Bureau. A destare crescente preoccupazione tra i vertici dell’agenzia e i suoi stessi agenti è la figura del direttore, Kash Patel, la cui condotta personale, a quanto si legge in una lunga inchiesta pubblicata da The Atlantic, sarebbe ormai considerata una vera e propria “vulnerabilità per la sicurezza nazionale”. L’indagine, che ha raccolto testimonianze di decine di colleghi e funzionari attuali ed ex dell’agenzia, dipinge il ritratto di un uomo descritto come eccessivamente sospettoso, incline a conclusioni affrettate e, aspetto forse più grave agli occhi dei vertici della sicurezza, dedito a un consumo di alcol giudicato eccessivo. È questa combinazione di paranoia e abuso di sostanze a spaventare chi, quotidianamente, gli lavora accanto; la paura di fondo, espressa chiaramente da un agente anonimo, è che Patel possa trovarsi alla guida della risposta a un eventuale attacco terroristico proprio mentre si trova in uno stato di alterazione o, peggio ancora, risulti irreperibile.
Il panico per un errore di login e le notti insonni degli agenti
L’articolo del magazine americano, come spesso accade in questi casi, scava nei dettagli più inquietanti di una routine lavorativa che sembra essere costellata da episodi borderline. Ne viene fuori la cronaca di un uomo che, dopo aver bevuto, mostrerebbe una certa difficoltà nel mantenere i ritmi serrati dell’incarico; in più di un’occasione, la sua stessa scorta avrebbe avuto problemi a svegliarlo, tanto che in una circostanza specifica – quando il direttore si era barricato dietro porte chiuse risultando irreperibile – sarebbe stata avanzata persino la richiesta di attrezzature da sfondamento (quelle solitamente usate dallo Swat per gli abbattimenti d’urgenza). Non solo assenze fisiche, però: a gettare benzina sul fuoco ci ha pensato un recente episodio legato alla tecnologia, che ha rivelato un carattere forse troppo suggestionabile. Pochi giorni fa, un semplice problema di login al computer interno ha fatto scattare in Patel il panico più totale. Convinto di essere stato licenziato dalla Casa Bianca, ha iniziato a tempestare di chiamate assistenti e alleati, in quella che i testimoni hanno definito una vera e propria crisi di nervi. Un agente, citato dal report, ha confessato che la sola idea di vedere Patel alla guida della risposta federale in caso di crisi è qualcosa che “gli toglie il sonno la notte”.
Reazioni legali e la dura smentita del diretto interessato
Di fronte a uno scenario così compromettente, la reazione del diretto interessato non si è fatta attendere, anche se ha preso una strada per certi versi prevedibile per chi opera nell’amministrazione attuale. Patel, da parte sua, ha prontamente smentito ogni accusa, ricorrendo a toni che lasciano intendere l’avvio di un’imminente battaglia legale contro la testata giornalistica. “Stampate queste menzogne, io vi aspetto in tribunale – portatevi il libretto degli assegni”, avrebbe dichiarato il direttore, replicando poi sui social con la consueta retorica contro i “fake news”. Sebbene la Casa Bianca, tramite la portavoce Karoline Leavitt, abbia provato a smorzare i toni lodando l’operato del diretto interessato (sottolineando il calo della criminalità), le parole dei funzionari anonimi raccolte dall’Atlantic dipingono uno scenario di fondo diametralmente opposto. Le critiche, va detto, non arrivano solo dai ranghi dell’Fbi ma anche da figure vicine all’amministrazione; secondo indiscrezioni, lo stesso presidente Trump (che ha un fratello morto a causa dell’alcolismo) avrebbe fatto sapere il proprio malumore a Patel, in particolare dopo la diffusione di video che lo ritraevano mentre beveva birra con la nazionale di hockey negli spogliatoi durante le ultime Olimpiadi invernali.
Vulnerabilità e la difficile gestione della sicurezza nazionale
A rendere la situazione particolarmente delicata, al di là degli episodi di cronaca mondana, è il contesto geopolitico attuale. Il manuale del Dipartimento di Giustizia americano è chiaro nel proibire l’abuso abituale di alcol tra i suoi dipendenti; c’è il rischio, come segnalato anche dall’Ispettore Generale, che un consumo eccessivo durante le ore di riposo renda un alto funzionario vulnerabile a tentativi di ricatto o infiltrazione da parte di attori stranieri. E in questo senso, le preoccupazioni sollevate dall’inchiesta di The Atlantic non si limitano al semplice gossip da Washington. La gestione di alcune inchieste ad alto profilo, come quelle relative alla guerra in Iran o la mancata gestione di informazioni sensibili (con episodi in cui Patel avrebbe dato notizie errate su indagini in corso o sospetti in custodia, facendo perdere tempo agli inquirenti), ha esacerbato la sfiducia. C’è chi, all’interno del Bureau, ha ormai rassegnato le dimissioni morali, aspettando semplicemente “la parola definitiva” riguardo a un eventuale avvicendamento ai piani alti, mentre nel frattempo si discute già informalmente di possibili successori. La tensione è palpabile: in un’agenzia che dovrebbe rappresentare il baluardo della legge e della razionalità investigativa, l’equilibrio del suo vertice appare, almeno secondo queste fonti, drammaticamente in bilico.




