Iran e Stati Uniti, il giallo dei negoziati in Qatar tra smentite e conferme presidenziali
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Redazione Esteri
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La finestra di dialogo tra Washington e Teheran resta socchiusa, ma nessuno sembra volerla spalancare del tutto. Mentre le cancellerie internazionali cercano di orientarsi tra le dichiarazioni dei rispettivi portavoce, è proprio la natura ibrida di queste trattative – a metà strada tra la diplomazia ufficiale e la guerra per procura – a generare il caos di informazioni che caratterizza queste ore.
Da una parte, il presidente statunitense Donald Trump rilancia con sicurezza la prospettiva di un faccia a faccia in Qatar; dall’altra, Teheran smentisce seccamente, pur confermando lo spostamento di una delegazione di esperti nella capitale qatariota, Doha. L’unico punto fermo, per ora, è che il memorandum d'intesa firmato nei mesi scorsi rappresenta la chiave di volta per qualsiasi passo avanti concreto, anche se il suo contenuto resta avvolto da una coltre di riservatezza che alimenta ulteriormente le speculazioni.
Le parole di Trump e lo sbarco a Doha
A gettare benzina sul fuoco delle ipotesi ci ha pensato il presidente americano, che nelle ultime ore ha ribadito l’imminenza di un incontro tra le parti nella città del Qatar, indicando come data quella di martedì 1 luglio e menzionando esplicitamente la presenza dei suoi inviati speciali, Steve Witkoff e Jared Kushner.
La notizia, però, si è scontrata con la linea dura della diplomazia persiana: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha parlato di una “categoricamente smentita” riguardo a qualsiasi tavolo bilaterale a Doha, lasciando intendere che il viaggio dei propri funzionari avrà finalità diverse e certamente non finalizzate a un confronto diretto con i rappresentanti di Trump.
Questa dinamica, fatta di annunci e contestuali rettifiche, richiama alla mente lo stile negoziale adottato da entrambe le amministrazioni negli ultimi anni, dove la pressione mediatica e la dimostrazione di forza finiscono spesso per sovrapporsi al contenuto sostanziale dei colloqui.
Il summit di Muscat e il nodo Hormuz
Se Doha resta un terreno incerto, non altrettanto si può dire di Muscat, dove la presenza iraniana è invece certa e programmata. Teheran ha confermato che proprio nella capitale dell’Oman si terrà un vertice destinato a discutere le modalità di gestione dello Stretto di Hormuz, un punto nevralgico per i traffici petroliferi globali e storicamente al centro delle tensioni tra la Repubblica islamica e le potenze occidentali.
L’incontro con gli omanini – storicamente mediatori neutrali nella regione – sembra configurarsi come un tentativo di trovare un'intesa pratica sulla sicurezza marittima, senza che questo si traduca però in un negoziato formale con gli Stati Uniti. Eppure, è proprio su questo fronte che si gioca una partita cruciale, perché la libertà di navigazione nel Golfo rappresenta una delle principali fonti di attrito tra le due capitali, e qualsiasi accordo tecnico raggiunto con il sultanato potrebbe aprire spiragli per futuri allentamenti della tensione.
Il paradosso del pre-accordo
La situazione, come osservano gli analisti, è paradossale. Da un lato esiste un pre-accordo – siglato nei termini di un memorandum di sessanta giorni – che dovrebbe teoricamente accompagnare le parti verso un'intesa permanente, ma dall'altro gli attacchi militari continuano a susseguirsi senza sosta, rendendo ogni giorno più fragile il percorso tracciato dalla diplomazia.
Gli Stati Uniti e l'Iran, in questo senso, sembrano giocare su due tavoli distinti: mentre gli inviati si confrontano (o si evitano) nei palazzi del Golfo, le forze armate e le milizie alleate si monitorano a vicenda nel Mediterraneo orientale e nel Golfo Persico, pronte a reagire a qualsiasi provocazione. Si tratta di un balletto pericoloso, dove la retorica bellicosa e le minacce reciproche sono funzionali al mantenimento di una posizione di forza in vista della firma definitiva, ma dove ogni mossa azzardata rischia di far precipitare l'intero castello di carte.
Né va dimenticato il secondo fronte, quello libanese, dove Israele e Hezbollah hanno raggiunto un'intesa faticosa che tuttavia non ha fermato le ostilità sul terreno, alimentando il timore di una guerra civile in un Paese già provato da decenni di crisi politiche ed economiche.
Il ruolo degli inviati e le prossime ore
Nelle prossime ore, l'attenzione resta puntata sugli spostamenti degli emissari americani: fonti giornalistiche, tra cui la Cnn, hanno documentato il decollo dell'aereo con a bordo Witkoff verso il Qatar, circostanza che lascia intendere come Washington sia intenzionata a presidiare il terreno in vista di un possibile incontro, anche se questo dovesse avvenire in forma mediata.
L'Iran, da parte sua, si trincera dietro la formula della “delegazione di esperti” e ribadisce che gli obiettivi della missione non prevedono contatti con la controparte statunitense, pur senza escludere che la presenza di entrambe le parti nella stessa città possa favorire scambi di vedute informali. In questo clima di incertezza, l'unica certezza è che il dossier nucleare e quello della sicurezza regionale restano strettamente intrecciati, e che qualsiasi passo falso – anche una semplice dichiarazione fuori tono – potrebbe vanificare mesi di lavoro sotterraneo.
La partita si gioca ora su due binari paralleli, quello ufficiale e quello informale, e sarà la capacità delle diplomazie di tenere separati i due piani a determinare se il prossimo incontro a Doha sarà ricordato come un passo verso la pace o come l'ennesima occasione mancata.




