Il ricatto di Hormuz e il giallo dei negoziati: l’Iran gioca la carta del pedaggio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’idea, per quanto surreale, comincia a prendere forma in modo sempre più concreto negli scenari mediorientali: trasformare lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui passa quasi un terzo del petrolio mondiale via nave, in una sorta di canale a pagamento sul modello di Suez o Panama. L’Iran, con una mossa che sa di ricatto più che di diplomazia, insiste nel voler imporre un pedaggio – chiamiamolo commissione, rimborso spese o contributo volontario, poco importa – per ogni convoglio che osa attraversare quelle acque.

E non lo farebbe da solo, badate bene: la comparsa dell’Oman, l’altra nazione rivierasca, nel progetto servirebbe a imbastire una patina di legittimità internazionale, come a dire "non siamo mica dei pirati, siamo dei gestori". Peccato che la libertà di navigazione, pilastro del diritto del mare, rischi di essere il primo e più illustre cadavere sulla soglia di questa nuova stagione di tensioni.

L’eredità di Trump e il gioco delle tre carte

Questa vicenda, che potrebbe segnare un punto di non ritorno negli equilibri del Golfo, viene descritta da più osservatori come una potenziale eredità negativa della guerra voluta da Donald Trump. Il presidente americano, che della sua linea dura contro Teheran ha fatto un marchio di fabbrica, si trova ora a gestire un avversario che, sul campo militare, sembra avere le ore contate ma che, sul piano strategico, sta giocando una partita sottile e pericolosa.

Trump, parlando dallo Studio Ovale, ha dichiarato che gli Stati Uniti "stanno vincendo militarmente" e che l’Iran "è stato quasi conquistato militarmente", aggiungendo con la sua consueta enfasi che "è in realtà molto semplice". Eppure, la semplicità delle dichiarazioni contrasta con la complessità dei fatti: mentre i bombardamenti e le operazioni speciali proseguono, Teheran alza il prezzo della pace, minacciando di chiudere il rubinetto del traffico marittimo se non le verrà concesso il diritto di incassare il suo tributo.

Il giallo di Doha e il summit di Muscat

A complicare ulteriormente il quadro, si è aggiunto nelle ultime ore un vero e proprio giallo diplomatico. Il presidente Trump ha annunciato un incontro per martedì 1 luglio a Doha, in Qatar, dove avrebbe inviato due dei suoi uomini di fiducia, Steve Witkoff e Jared Kushner, per un nuovo round negoziale con i rappresentanti iraniani. Ma Teheran, con la voce del portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, ha prontamente smentito ogni possibile contatto nella capitale qatariota.

"Domani a Doha si discuterà con le parti qatariote dell’attuazione delle clausole del memorandum d’intesa, inclusa quella relativa al rilascio dei beni iraniani soggetti a restrizioni", ha chiarito Baghaei, ribadendo con nettezza che "non abbiamo in programma incontri di alcun tipo con la controparte americana nei prossimi giorni".

Una smentita secca, che getta ombre sulla reale portata del canale diplomatico tra Washington e Teheran e che lascia intendere come l’unico tavolo realmente caldo sia quello di Muscat, dove gli iraniani e l’Oman si incontreranno per mettere nero su bianco le modalità di gestione dello Stretto.

Un pedaggio per la pace, o una pace a pedaggio?

Sullo sfondo, resta la questione dei beni iraniani congelati, una delle clausole del memorandum d’intesa che Teheran sta cercando di far valere con ogni mezzo. Il portavoce Baghaei ha assicurato che "l’attuazione della clausola relativa al rilascio dei beni iraniani congelati è in corso e sono stati effettuati i preparativi necessari", quasi a voler sottolineare che, per l’Iran, il negoziato non è solo una questione di traffico navale ma anche di sopravvivenza economica.

L’intreccio tra il ricatto di Hormuz e la richiesta di sblocco dei fondi crea un cortocircuito pericoloso: da un lato, gli Stati Uniti spingono sull’acceleratore militare per piegare il regime; dall’altro, l’Iran risponde minacciando di trasformare il principale snodo energetico del pianeta in un'area a pedaggio, con il placet (apparente) dell’Oman. La posta in gioco è altissima, e la partita si gioca su due tavoli separati ma comunicanti: quello della guerra, che Trump dice di stare vincendo, e quello della diplomazia, che sembra invece essere finito in un vicolo cieco con l’inganno di Doha.

Mentre i leader si scambiano dichiarazioni e smentite, le navi continuano a solcare le acque dello Stretto, consapevoli che, se l’Iran riuscisse a imporre il suo pedaggio, il vero costo non sarebbe solo monetario, ma riguarderebbe il principio stesso della libertà di navigazione e, con esso, l’ordine mondiale che su quel principio si regge.

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