Il rebus di Doha: Witkoff in volo ma Teheran nega il faccia a faccia
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Redazione Esteri
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Mentre l'inviato speciale statunitense Steve Witkoff fa rotta verso Doha, accompagnato – secondo quanto trapela da fonti americane – dal genero del presidente Jared Kushner, il quadro dei negoziati tra Stati Uniti e Iran si tinge dei toni paradossali di una dichiarazione di intenti che fatica a tradursi in un confronto diretto.
Da una parte c'è la Casa Bianca, che con la consueta enfasi di Donald Trump annuncia l'incontro come un fatto compiuto, dall'altra Teheran, che ribadisce con altrettanta fermezza che la sua delegazione di esperti, in partenza per il Qatar, non ha alcuna intenzione di incrociare i rappresentanti americani.
E così, nel giro di poche ore, l'ennesimo tentativo di dare gambe all'accordo per porre fine alle tensioni si trasforma in un rompicapo diplomatico, dove persino la definizione di "incontro" diventa oggetto di una disputa che rischia di minare la già fragile tregua siglata il 17 giugno.
La versione americana e la smentita di Teheran
Il presidente Trump, intervenendo davanti ai giornalisti nello Studio Ovale, ha confermato che i colloqui si terranno oggi, martedì 30 giugno, nella capitale qatariota, definendoli "forse importanti, forse no" e affidando al destino l'esito di una partita che, a suo dire, gli Stati Uniti starebbero comunque vincendo sul campo militare. Poco prima, sui suoi canali social, era stato ancora più categorico: "L'Iran ha chiesto un incontro, si terrà domani a Doha".
Ma la macchina della comunicazione della Casa Bianca si è subito messa in moto, con la portavoce Karoline Leavitt che ha spiegato come Witkoff e Kushner siederanno al tavolo dei "colloqui di alto livello", affiancati da gruppi di lavoro tecnici pronti a discutere nei dettagli l'attuazione del memorandum d'intesa.
Una versione, quest'ultima, che ha trovato subito una netta smentita da parte di Teheran, con il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei che ha sgombrato il campo da qualsiasi equivoco: la delegazione iraniana si recherà sì in Qatar, ma la sua missione non ha "alcuna relazione" con la presenza americana, e nei prossimi giorni non sono previsti incontri di nessun livello con la controparte statunitense.
L'incognita del negoziato tra accordi e attacchi
A gettare ulteriore benzina sul fuoco di una partita già di per sé complessa, ci sono le condizioni sul campo, che continuano a raccontare una storia ben diversa da quella dei tavoli negoziali.
Perché se è vero che è stato firmato un pre-accordo che nelle intenzioni dovrebbe portare a un'intesa permanente entro sessanta giorni, è altrettanto vero che le ostilità non si sono affatto sopite: gli attacchi reciproci, le minacce e le dichiarazioni incendiarie si susseguono senza soluzione di continuità, come se le due parti sentissero il bisogno di mostrare i muscoli fino all'ultimo secondo utile prima della firma del documento definitivo.
E proprio la volontà di non apparire deboli potrebbe essere alla base dell'atteggiamento di Teheran, che scegliendo la strada della smentita categorica cerca di smarcarsi da quella che potrebbe essere percepita come una resa, o peggio, come un negoziato condotto sotto la minaccia delle armi.
Il nodo di Hormuz e i giochi di potere regionali
Ma il rebus di Doha si inserisce in un quadro regionale ben più ampio e instabile, dove lo Stretto di Hormuz resta il vero ago della bilancia di un conflitto che ha messo in ginocchio i flussi petroliferi globali. Secondo quanto emerso da fonti vicine ai dossier, l'incontro che si terrà in Qatar – seppur in una forma ancora tutta da definire – potrebbe avere come focus principale la gestione di quella stretta via d'acqua e la ridefinizione delle rotte marittime, un tema caldissimo dopo che Iran e Oman hanno tenuto i loro primi colloqui ufficiali in merito.
E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati israeliani continuano a premere per ottenere garanzie sul programma nucleare iraniano, la situazione si complica ulteriormente sul fronte libanese, dove il fragile equilibrio tra Israele e Hezbollah minaccia di trasformarsi in una polveriera pronta a esplodere, alimentando il timore di una guerra civile che potrebbe travolgere l'intera regione.




