Neymar e il rebus Mondiale, Ancelotti non chiude la porta. A Islamabad il faccia a faccia Vance-Ghalibaf finisce in stallo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La suggestione legata a un possibile ritorno di Neymar continua a tenere banco in casa Brasile, con Carlo Ancelotti che, contrariamente a quanto ipotizzato da alcuni osservatori, non ha affatto sbarrato la strada al fantasista in vista dell'appuntamento Mondiale. Il commissario tecnico della Seleção, in un'intervista che ha subito fatto il giro del mondo, ha chiarito che la situazione del fuoriclasse, oggi in forza al Santos, non è affatto archiviata: la condizione atletica, più che la qualità indiscutibile del giocatore, rappresenta l'unico vero banco di prova da superare nei prossimi mesi. Se riuscirà a trovare quella continuità fisica che gli è mancata dopo il grave infortunio al ginocchio del 2023, il numero 10 avrà le sue chances per essere inserito nella lista dei 26 convocati; il tempo a disposizione, ha spiegato il tecnico, è ancora sufficiente per dimostrare il proprio valore, sebbene la concorrenza sia agguerrita e la pazienza dello staff tecnico sia ormai agli sgoccioli. Una finestra rimane quindi aperta per l'ex Psg, ma è appesa a un filo sottilissimo che solo le prestazioni sul campo potranno rinforzare.

L'asse Pakistan e il faccia a faccia tra i due "colossi"

Mentre il dibattito calcistico infiamma i tifosi verdeoro, sullo scacchiere internazionale si è consumato un altro confronto di ben altra portata, destinato a lasciare il segno. A Islamabad, la capitale pakistana blindata da un imponente dispositivo di sicurezza, si sono incontrati per la prima volta a un livello così alto dal 1979 il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L'obiettivo dichiarato era la discussione di un cessate il fuoco, ma il destino dei negoziati è apparso subito in salita, vanificando le speranze di una rapida distensione. Dopo oltre ventuno ore di estenuanti trattative, condotte a porte chiuse e seguite con il fiato sospeso dalla comunità internazionale, Vance ha dovuto prendere atto del fallimento, lasciando la capitale pakistana senza aver ottenuto quella "promessa definitiva" sul programma nucleare iraniano che Washington riteneva indispensabile per qualsiasi intesa.

Le ambizioni nascoste di Ghalibaf e Vance

Ciò che rendeva questo vertice particolarmente avvincente, e forse anche pericoloso, era la posta in gioco personale dei due protagonisti. Da una parte c'è JD Vance, 41 anni, ex marine (mai impegnato in ruoli di combattimento) che, da fedelissimo di Donald Trump, guarda con sempre maggiore insistenza alla poltrona presidenziale, un sogno che non ha ancora ufficialmente trasformato in candidatura ma che aleggia in ogni sua mossa. Dall'altra parte del tavolo, Mohammad Ghalibaf, 64 anni, un veterano della politica iraniana soprannominato "il picchiatore" per il suo passato da comandante della polizia e per il ruolo avuto nella repressione del 1999, un uomo che ha fallito quattro tentativi di diventare presidente dell'Iran ma che, nel vuoto di potere seguito agli ultimi eventi bellici, si ritrova a giocare la partita più importante della sua carriera. Per entrambi, insomma, l'esito di questi negoziati rappresentava un potenziale trampolino di lancio o, al contrario, la fine delle loro ambizioni; per Ghalibaf, in particolare, tornare a mani vuote rischia di renderlo vulnerabile di fronte all'ala più dura dei Pasdaran, che già guardavano con sospetto a un conservatore pragmatico come lui.

I nodi irrisolti del negoziato

Le ragioni del nulla di fatto, del resto, erano scritte già prima dell'inizio del vertice, come spesso accade quando due visioni del mondo così distanti si scontrano. Gli iraniani, da sempre abili negoziatori (lo stesso Trump li aveva definiti, nel 2020, capaci di "non perdere mai una trattativa"), sono arrivati a Islamabad con una lista di richieste chiare: la revoca delle sanzioni, la ricostruzione post-bellica, ma soprattutto la garanzia di non subire interferenze nello Stretto di Hormuz, un punto questo su cui i Pasdaran non intendono assolutamente transigere. Dall'altra parte, la delegazione americana, pur mostrandosi "piuttosto flessibile" secondo le parole di Vance, non poteva accettare un'intesa che lasciasse aperta la porta all'arma atomica; la proposta finale presentata dagli Stati Uniti, definita dal vicepresidente come "la migliore possibile", è stata quindi giudicata da Teheran come irragionevole, interrompendo di fatto il dialogo. A nulla è servita la mediazione del governo pakistano, che aveva comunque ottenuto un fragile cessate il fuoco di due settimane, il quale ora rischia di essere l'unico risultato concreto di questa storica, quanto fallimentare, tornata diplomatica.

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