Ebola, la sfida del ceppo Bundibugyo: 60 milioni di dollari per tre vaccini candidati
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Redazione Salute
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Un finanziamento complessivo che supera i 60 milioni di dollari, erogato dalla coalizione Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), ha dato il via ufficiale alla corsa contro il tempo per lo sviluppo dei primi tre vaccini sperimentali destinati a contrastare il ceppo Bundibugyo del virus Ebola.
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Le ricerche, coordinate rispettivamente dall'organizzazione nonprofit Iavi, dalla biotech Moderna e dall'ateneo britannico di Oxford, sono al nastro di partenza in un contesto epidemiologico drammatico; proprio Oxford potrà contare sulla capacità produttiva del Serum Institute of India (Sii), il più grande produttore di vaccini al mondo, per realizzare le dosi necessarie alle sperimentazioni cliniche. lapresse +3
La scelta dei tre candidati, si legge nelle note ufficiali, non è affatto casuale: essi sfruttano piattaforme tecnologiche diverse (dalla classica tecnica rVSV, che utilizza un virus reso innocuo come vettore, al metodo a mRna fino alla tecnologia ChAdOx1 già impiegata per il vaccino anti-Covid) per massimizzare le probabilità di successo contro un nemico subdolo e letale. mediaset +3
Le prime guarigioni e la situazione nei territori colpiti
Nonostante l’assenza – al momento – di un vaccino autorizzato o di terapie specifiche contro questo particolare ceppo, le cronache dai territori colpiti riportano segnali di speranza che si intrecciano con la cronaca nera delle vittime; il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha inaugurato un nuovo centro di trattamento a Bunia proprio mentre si registravano le prime guarigioni. sky +3
«Anche senza vaccini – ha tenuto a sottolineare il funzionario dell’Onu – le persone possono sopravvivere se ricevono cure mediche e assistenza tempestive». mediaset +3
I dati diffusi dalle autorità sanitarie parlano di un focolaio dichiarato ufficialmente il 15 maggio, ma probabilmente attivo già da diverse settimane prima nell’est della Repubblica Democratica del Congo; al momento, si contano oltre 130 casi confermati tra Congo e Uganda, mentre il numero dei decessi accertati ha superato la dozzina, con una letalità che per questo ceppo si stima oscilli tra il 30 e il 50 per cento. mediaset +3
La polveriera congolese e l'emergenza dimenticata
A complicare ulteriormente il quadro sanitario, già di per sé critico, è la situazione di guerra civile che devasta da oltre trent’anni la regione orientale della Repubblica Democratica del Congo; Giovanni Dall’Oglio, medico esperto di salute pubblica che opera per Medici con l’Africa Cuamm nell’ospedale Saint John XXIII di Aber, nel distretto ugandese di Oyam, ha descritto l’area come una «polveriera» pronta a esplodere. sky +3
La parte occidentale dell’Ugagna, spiega il medico, è «densamente popolata» e ospita numerosi campi profughi per gli sfollati provenienti dal Sud Sudan; questa vicinanza geografica con il confine, chiuso dalle autorità di Kampala per arginare i contagi, rende estremamente difficile il lavoro di contact tracing, cioè il monitoraggio di chi è entrato in contatto con i malati. virgilio +3
Se è vero che Kampala ha ormai maturato una certa esperienza nella gestione delle emergenze Ebola (l’ultima epidemia risale al 2022), è altrettanto vero che l’instabilità endemica dall’altro lato della frontiera rischia di vanificare gran parte degli sforzi compiuti. mediaset +3
Le donne e la prima linea del contagio
Un altro dato, emergente dalle analisi sul campo, riguarda la composizione demografica delle vittime: i due terzi delle persone colpite sono donne, una sproporzione che ricalca fedelmente quanto già accaduto durante l’epidemia del 2018. virgilio +3
L’allarme, lanciato dall’agenzia Onu UnWomen, trova una spiegazione tanto sociologica quanto professionale: sono le donne, nella maggior parte delle famiglie, a prestare le prime cure ai malati, a lavarli, a nutrirli e a gestirne i corpi durante i funerali, riti questi ultimi che nelle culture locali rappresentano un veicolo di trasmissione particolarmente insidioso. insalutenews +3
A questo si aggiunge il dato relativo alla composizione del personale sanitario, prevalentemente femminile, che si trova in prima linea negli ospedali da campo spesso senza i dispositivi di protezione individuale adeguati; ne consegue che il contagio, una volta entrato in queste strutture, colpisce proprio le caregiver e le infermiere, le quali a loro volta rischiano di trasmettere il virus ai propri figli e alla propria rete familiare. nurse24 +3




