Ebola, il nodo dei numeri e la speranza dei guariti: nella Rdc calano i casi sospetti mentre si studiano tre nuovi vaccini
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Redazione Salute
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La fotografia dell’emergenza sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo, dove da metà maggio è in corso un’epidemia di virus Ebola causata dal ceppo Bundibugyo, si è fatta improvvisamente più nitida, grazie a una radicale revisione dei dati epidemiologici che ha ridimensionato la portata dei focolai sinora monitorati.
Il ministero della Salute congolese, come hanno poi confermato fonti dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha comunicato che le persone attualmente sotto osservazione in quanto potenziali casi sospetti – una categoria che, per eccesso di cautela, include chiunque presenti sintomi riconducibili alla malattia in attesa dell’esito dei tamponi – sono oggi 116, un numero ben lontano dai picchi di oltre 900 segnalati nei giorni precedenti e che aveva alimentato scenari di diffusione ben più drammatici.
Questa consistente flessione, spiegano gli esperti, è dovuta principalmente alla conclusione delle analisi di laboratorio su centinaia di campioni: molti di quei sospetti, infatti, si sono rivelati negativi al virus, riconducibili invece a patologie endemiche come la malaria o la meningite, che in quelle stesse aree presentano una sintomatologia iniziale simile.
Parallelamente a questa necessaria operazione di trasparenza statistica, però, il bollettino ufficiale aggiornato a inizio giugno conferma cifre che restano drammatiche: i casi confermati dal sistema sanitario sono saliti a 344, con un triste conteggio di 60 decessi accertati, concentrati per la maggior parte nella provincia dell’Ituri, l’epicentro geografico della crisi, dove si registrano 322 contagi e 46 vittime.
L’incognita del ceppo Bundibugyo e la sfida di Cepi
La particolarità di questa recrudescenza, che rappresenta la diciassettesima epidemia di Ebola nella storia tormentata del paese, risiede nella natura stessa del suo agente patogeno, il Bundibugyo appunto, una variante storica che aveva già fatto parlare di sé nei focolai ugandesi del 2007 e in quelli congolesi del 2012 ma per la quale, a differenza del più noto ceppo Zaire, non esiste ancora alcun vaccino autorizzato né una terapia specifica validata su larga scala.
È in questo vuoto terapeutico che si inserisce l’annuncio della Coalizione per le Innovazioni in materia di Preparazione alle Epidemie (Cepi), la quale ha confermato di voler investire ingenti risorse – si parla di un impegno complessivo che potrebbe superare i 60 milioni di dollari – per accelerare lo sviluppo e l’iter di approvazione di tre candidati vaccini sperimentali, nella speranza di colmare un gap che in questa fase si sta rivelando letale.
I tre progetti selezionati, frutto di una ricognizione globale sulle piattaforme più promettenti, rappresentano un tentativo di diversificare il rischio tecnologico: si va dal vaccino a mRNA di Moderna, forte dell’esperienza maturata durante la pandemia di Covid-19, fino al vettore virale ChAdOx1 sviluppato dall’Università di Oxford in collaborazione con il Serum Institute of India, senza dimenticare la soluzione basata sul vettore rVSV portata avanti da Iavi, la stessa piattaforma che già dà risultati contro il ceppo Zaire.
La posta in gioco, in una regione dove i sistemi sanitari sono fragili e la mobilità della popolazione è elevata, è altissima: l’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a sperimentazioni cliniche di fase uno in tempi record, sebbene la strada che porta alla licenza completa e alla distribuzione di massa sia ancora inevitabilmente lunga e irta di ostacoli burocratici e scientifici.
La rinascita degli operatori sanitari, primi bersagli del virus
Se la ricerca corre in laboratorio, nella realtà crudele delle corsie ospedaliere dell’Ituri si è assistito a un piccolo, grande miracolo di resilienza umana che l’Ufficio regionale per l’Africa dell’Oms ha voluto rendere pubblico come segnale di incoraggiamento.
Quattro infermieri, contagiati durante la loro instancabile opera di assistenza ai malati e ricoverati in una struttura di Bunia dopo aver manifestato tutti i sintomi dell’infezione, hanno infatti avuto la meglio sul virus: dopo un percorso di cura che li ha visti lottare contro la febbre emorragica, sono stati ufficialmente dimessi e dichiarati guariti.
A loro si aggiunge il caso, risalente agli ultimi giorni di maggio, di un tecnico di laboratorio congolese anch’egli scampato al pericolo, a testimonianza di come la formazione del personale e la tempestività delle cure di supporto – in assenza ancora di farmaci specifici – possano fare la differenza anche contro uno dei patogeni più aggressivi conosciuti dall’umanità.
Gli operatori sanitari, che in contesti di epidemia rappresentano storicamente una delle categorie più esposte a causa del contatto diretto con i fluidi corporei dei pazienti, diventano così non solo vittime del sistema ma anche il principale strumento per contenerne il collasso, dimostrando che il rispetto rigoroso dei protocolli e l’isolamento dei contagiati possono invertire la rotta di una curva epidemica.
Queste guarigioni, sebbene non incidano macroscopicamente sul bilancio complessivo dei decessi, restituiscono dignità a una professione che in quelle terre remote opera spesso senza le tutele degli standard occidentali.
Numeri in bilico tra Ituri e Uganda
L’evoluzione della situazione resta però estremamente fluida, e gli stessi dati diffusi da Kinshasa vanno letti con la consapevolezza che la capacità di sorveglianza epidemiologica è migliorata solo nelle ultime settimane.
Mentre la provincia dell’Ituri continua a fare i conti con il maggior numero di focolai attivi – con città come Bunia e aree rurali come Mongbwalu e Rwampara sotto stretta osservazione – l’allarme è destinato a rimanere alto anche nei paesi confinanti, a partire dall’Uganda dove sono stati accertati una quindicina di casi e dove le autorità sanitarie hanno già messo in campo misure di screening rafforzate alle frontiere.
Il ministero della Comunicazione congolese, in un bollettino pubblicato nella notte, ha voluto sottolineare che, al netto dei decessi confermati, si contano attualmente sei guarigioni certificate, un numero che gli addetti ai lavori sperano possa aumentare man mano che i centri di trattamento acquisiscono maggiore esperienza nella gestione di questo specifico ceppo virale.
Resta sullo sfondo, irrisolto e minaccioso, il problema logistico rappresentato dall’insicurezza endemica di quelle regioni orientali, dove le milizie locali e le tensioni politiche hanno spesso ostacolato in passato il lavoro degli equipi di vaccinazione, rendendo ancora più complessa una partita che si gioca non solo contro il tempo ma anche contro l’isolamento geografico.




