Ebola in ritirata nella Rdc: crollano i casi sospetti mentre l’allarme si sposta sull’economia ugandese
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Redazione Salute
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La pressione dell’epidemia di Ebola sulla Repubblica Democratica del Congo mostra, almeno sul fronte dei numeri, i primi segnali tangibili di un arretramento. Il ministero della Salute congolese, come si legge nell’ultimo bollettino diffuso alla vigilia, ha ufficialmente ridimensionato il dato relativo ai contagi ancora in fase di accertamento: le persone attualmente sotto osservazione medica, lo si apprende da fonti ufficiali, sono scese a quota 116.
Una riduzione drastica, questa, che cancella in un sol colpo le centinaia di casi sospetti segnalati nei giorni precedenti e che l’Organizzazione mondiale della sanitá – attraverso il portavoce Christian Lindmeier – ha spiegato essere il frutto di un’approfondita attivitá di verifica di laboratorio.
Molti di quei pazienti, inizialmente inseriti nel conteggio per via di sintomi compatibili (febbre, malesseri generici), sono risultati negativi al virus, rivelando invece patologie endemiche come la malaria o la meningite; di conseguenza, essi sono stati rimossi dalla lista dei potenziali contagiati, lasciando sul registro soltanto i casi confermati.
E a proposito di certezze diagnostiche, il quadro che emerge dalle strutture sanitarie dell’Ituri – la provincia orientale del Paese divenuta il crogiuolo della crisi – è ambivalente ma sostanzialmente sotto controllo numerico.
Il governo, che ha dichiarato ufficialmente lo stato di emergenza lo scorso 15 maggio, ha aggiornato il numero dei contagi accertati a 344 unitá, un dato che include purtroppo anche sessanta decessi. La stragrande maggioranza di questi episodi si concentra proprio nell’epicentro epidemico di Ituri, dove si registrano 322 infezioni sicure e 46 vittime. C’è tuttavia un dato che, nella tragedia, offre una prospettiva diversa rispetto al consueto andamento di questi focolai: la guarigione di cinque operatori sanitari che erano stati infettati durante il servizio.
Quattro infermieri – colpiti dalla variante Bundibugyo del virus, particolarmente insidiosa perché priva di un vaccino specifico – sono stati dimessi dall’ospedale di Bunia, la capitale provinciale, dopo aver vinto la malattia. A loro si aggiunge un tecnico di laboratorio, il cui recupero era stato reso noto giá nei giorni scorsi dall’Ufficio regionale per l’Africa dell’Oms; si tratta di un segnale importante, che ridimensiona la letalitá percepita della malattia quando l’assistenza viene fornita in tempo e con i protocolli adeguati.
La risposta sul campo e i focolai gemelli
Le autoritá congolesi, nel tentativo di arginare la diffusione del virus, hanno intensificato le misure di profilassi lungo le arterie di comunicazione nevralgiche. Lo dimostra la recente riapertura dell’aeroporto di Bunia, avvenuta dopo un’attenta valutazione sanitaria che ha portato all’installazione di dispositivi di sorveglianza sia in partenza che in arrivo.
Nessun passeggero, a quanto si legge nelle disposizioni, puó piú eludere il controllo obbligatorio della temperatura corporea o il lavaggio delle mani prima di accedere alle aree d’imbarco; chi manifesta uno stato febbrile viene immediatamente isolato e sottoposto a ulteriori accertamenti, impedendogli di salire a bordo. Lo stesso rigore viene applicato sui mezzi di trasporto lacustre che solcano il lago Albert, dove ingegni galleggianti e imbarcazioni vengono sottoposti a disinfezione sistematica prima di attraversare il confine con l’Uganda.
Una sorveglianza, questa, tanto capillare quanto necessaria, se si considera che il virus – come confermato dall’Oms – ha giá valicato i confini nazionali seminando il panico anche negli stati limitrofi. Oltre confine, Kampala ha dovuto registrare una recrudescenza dei contagi: nelle ultime ore sono stati confermati sei nuovi casi di Ebola, tutti riconducibili a contatti stretti di pazienti giá positivi, portando il totale nazionale a quota quindici infezioni accertate.
L’impatto economico che soffoca i parchi ugandesi
Se sul fronte strettamente clinico l’epidemia mostra segni di stabilizzazione – o almeno di mappatura definitiva – la ricaduta economica dell’allarme sanitario sta producendo danni collaterali devastanti in settori insospettabili. L’Uganda, in particolare, sta assistendo al collasso verticale del proprio turismo naturalistico, un’industria vitale per le casse dello Stato e per la sopravvivenza stessa della fauna locale.
Nel celebre Queen Elizabeth National Park, una delle riserve naturalistiche piú frequentate del continente, regna ormai un silenzio irreale: le jeep destinate ai safari, un tempo prese d’assalto da visitatori internazionali, restano parcheggiate e inutilizzate, mentre i battelli che solcavano i canali alla ricerca di ippopotami e bufali navigano a vuoto.
Il motivo di questo tracollo, spiegano gli operatori del settore, risiede nelle quarantene precauzionali e nei divieti imposti da diversi Paesi ai propri cittadini in rientro dal territorio ugandese; le cancellazioni si sono susseguite a raffica, azzerando il flusso di turisti stranieri che rappresentava l’unica fonte di sostentamento per guide, ranger e dipendenti dei lodge. Senza i proventi dei biglietti d’ingresso – che finanziano i programmi di anti-bracconaggio e salvaguardia degli elefanti – l’intero ecosistema della savana rischia di andare in cortocircuito.
A raccontare il dramma quotidiano sono le guide locali, come Rashid e Jimmy, che descrivono l’impossibilitá di far fronte nemmeno alle spese scolastiche per i propri figli, intrappolati in una morsa che dal biológico stringe ormai il sociale.




