Ebola nella Rdc, l’allarme di Msf: “Oltre 200 vittime, epidemia senza precedenti”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ombra del virus Ebola si allunga nuovamente sull’Africa centrale, e questa volta, a giudicare dalle parole degli operatori sul campo, ci troviamo di fronte a qualcosa che gli esperti faticano a classificare con le categorie consuete. Nella Repubblica Democratica del Congo, il bilancio delle vittime attribuite al focolaio ha ormai superato le 200 unità, con il ministero della Sanità locale che segnala oltre 900 casi sospetti in tutto il paese.

A fornire il dato – un numero che, va detto, viene considerato ancora largamente sottostimato – è il coordinatore delle emergenze di Medici Senza Frontiere, l’organizzazione fondata nel lontano 1971 da Bernard Kouchner e altri, che in questa circostanza ha parlato senza mezzi termini di una epidemia “senza precedenti”. Il raffronto con le ondate epidemiche passate, anche quelle più violente degli ultimi vent’anni, sembra non reggere dinanzi alla rapidità di propagazione di questo specifico ceppo virale, identificato dalle autorità sanitarie come il Bundibugyo, una delle tre specie (insieme allo Zaire e al Sudan) che hanno causato quasi tutti i casi umani mai documentati.

L’Oms alza la voce, il virus viaggia più veloce delle cure

La preoccupazione, del resto, non è solo di chi opera nelle tendopoli d’emergenza. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha diramato un avvertimento tanto secco quanto rivelatore: “Stiamo intensificando urgentemente le operazioni, ma al momento l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo sta progredendo più velocemente di quanto riusciamo a contenerla”.

Una frase, questa, che fotografa il paradosso di ogni emergenza infettiva nel cuore dell’Africa: i protocolli ci sono, il personale pure, ma la malattia corre su strade che la logistica umanitaria non sempre riesce a percorrere alla stessa velocità. Il dato ufficiale diffuso dall’agenzia Onu parla di 220 morti sospette tra Rdc e Uganda da quando il focolaio è stato individuato, precisamente il 15 maggio.

A complicare ulteriormente il quadro, come spesso accade in questi contesti, si aggiunge la resistenza delle popolazioni locali: a Mongbwalu, stando a quanto si apprende, è stata incendiata una tenda adibita al trattamento dei malati, un episodio che fa il paio con quanto già accaduto pochi giorni prima a Rwampara. Atti di rabbia e sospetto che rischiano di vanificare gli sforzi di chi, quotidianamente, tenta di arginare una marea che sale.

Il muro dell’immunità e la sfida del tracciamento dei contatti

Da un punto di vista strettamente epidemiologico, il ceppo Bundibugyo presenta caratteristiche che lo rendono insidioso sia sul piano clinico sia su quello della prevenzione. A differenza della specie Zaire, responsabile della devastante epidemia dell’Africa occidentale tra il 2013 e il 2016 che fece oltre 11mila morti, per questo virus non esiste attualmente un vaccino specifico. I vaccini disponibili, validi per lo Zaire, potrebbero offrire una cross-immunità parziale ma non rappresentano certamente uno scudo totale.

E, come se non bastasse, le cifre raccontano di una letalità che – seppur inferiore a quella dei ceppi più aggressivi – si aggira intorno a percentuali drammatiche: si stima che senza cure adeguate, tra il 32% e il 50% degli infetti non sopravviva. La seconda sfida, quella forse più logorante, è il contact tracing. In un’area caratterizzata da alta mobilità della popolazione, conflitti locali e spostamenti continui di sfollati, risalire alla catena dei contagi è come cercare di ricucire una maglia che si sfilaccia in continuazione.

La capo progetto di Msf a Goma, Valeria Greppi, ha spiegato che l’obiettivo è duplice: curare i malati e allo stesso tempo garantire l’accesso ai servizi essenziali per altre malattie endemiche come malaria, colera e Hiv, per evitare che un’emergenza ne inneschi un’altra per effetto collaterale.

L’allarme si allarga, dieci paesi nel mirino e la paura arriva a Milano

Il contagio, intanto, non conosce confini amministrativi. L’agenzia sanitaria dell’Unione Africana (Africa Cdc) ha inserito ben dieci nazioni in lista d’allerta: Sud Sudan, Ruanda, Kenya, Tanzania, Etiopia, Congo, Burundi, Angola, Repubblica Centrafricana e Zambia. Un arco territoriale vastissimo, che testimonia la capacità espansiva del focolaio partito dalle province orientali della Rdc.

A confermare la permeabilità dei confini, poi, è arrivata la notizia che ha fatto sobbalzare anche l’opinione pubblica italiana: due cooperanti, un uomo di 31 anni e una donna di 33, rientrati da una missione di tre mesi in Uganda a fianco dei missionari comboniani, sono stati ricoverati in isolamento all’ospedale Sacco di Milano con sintomi compatibili con l’Ebola (febbre alta, nausea, vomito e disturbi neurologici).

Per loro è scattato il protocollo previsto per i casi sospetti, e le analisi in corso diranno se si tratta di un falso allarme o del primo, preoccupante “import” del virus sul suolo europeo. Al momento, l’unico centro italiano in grado di trattare una conferma di contagio resta lo Spallanzani di Roma, mentre per i familiari dei due pazienti è già scattato l’isolamento fiduciario.

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