Trump deride Starmer e le sue “vecchie portaerei”, ma il Regno Unito guarda all’Europa
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Redazione Esteri
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Dopo aver preso di mira Emmanuel Macron, l’irriverenza di Donald Trump – tornato alla Casa Bianca da presidente a pieno titolo, come i recenti esiti elettorali hanno sancito – si è ora abbattuta su Keir Starmer, il premier britannico, con una caricatura che mescola sarcasmo e sottovalutazione strategica. «Avete due vecchie portaerei malandate», avrebbe sbottato il leader americano, imitando il suo omologo e sottolineando – con quel tono che mescola la teatralità del comico e la spietatezza del boss – le presunte esitazioni di Londra durante un’ipotetica crisi con l’Iran. Secondo la ricostruzione, Trump avrebbe sostenuto che Starmer avrebbe tergiversato sull’invio di quei due “pezzi di ferro”, nonostante il Regno Unito, a suo dire, «dovrebbe essere il nostro miglior alleato».
Eppure, c’è un dettaglio che trasforma l’affondo in un lampo senza tuono: non risulta, da alcuna fonte ufficiale o da atti resi pubblici, che il presidente americano abbia mai formalmente richiesto al Regno Unito l’impiego di quelle navi. Né, d’altra parte, consta che il governo di Sua Maestà le abbia mai offerte in quel contesto. La boutade, insomma, galleggia nell’aria come un’accusa priva di impugnatura, un’imitazione che precede il fatto invece di seguirlo. Ma l’intento di Trump, si sa, non è quasi mai descrittivo; è performativo: indebolire l’interlocutore, ridurre a macchietta un alleato scomodo, spostare il terreno del dibattito dal merito alla caricatura.
L’elogio della Nato e il mantra della “guerra non nostra”
La risposta di Keir Starmer non si è fatta attendere, anche se con tonalità opposte. Il giorno seguente, il premier britannico ha definito la Nato «l’alleanza più efficace del mondo», un’espressione – va detto – già cesellata da Hillary Clinton nel 2016 («l’alleanza militare di maggior successo nella storia») e che il logorio della ripetizione rischia di appiattire. Stavolta, però, il contesto le restituiva spessore. Perché Starmer parlava mentre, dall’altra parte dell’Atlantico, Trump dichiarava di non essere «mai convinto del...» (il senso si perde in un’ellissi che sa di sospensione calcolata). L’elogio dell’Alleanza Atlantica, in bocca a un laburista che cerca di bilanciare storia e realpolitik, diventa così un contrappeso implicito alle intemperanze di Washington.
Ma c’è di più. Nel corso della stessa conferenza stampa, Starmer ha ripetuto un mantra che ormai scandisce con la regolarità di un rosario laico: «Innanzitutto, lasciatemelo dire ancora una volta: questa non è la nostra guerra. Non saremo coinvolti nel conflitto. Non è nel nostro interesse nazionale». Le parole, riferite al più ampio scenario mediorientale e al nodo iraniano, tracciano una linea di terzietà geopolitica che allontana Londra dal ruolo di spalla comprimaria degli Stati Uniti. Un’intenzione, quella di Starmer, di interrompere la deriva che per decenni ha avvicinato le isole britanniche al gigante americano allontanandole dal continente europeo.
L’incrinatura dell’asse con Washington e lo sguardo a Bruxelles
La tensione tra i due leader non è un episodio, ma il sintomo di uno slittamento profondo. Mentre Trump governa con uno stile che molti osservatori non esitano a definire “caligolesco” – per l’imprevedibilità e la tendenza a fare del capriccio personale ragion di Stato –, Starmer ha avviato una riconfigurazione silenziosa ma significativa della politica estera britannica. La prova più tangibile è lo sguardo sempre più insistente verso Bruxelles, non certo per rientrare nell’Unione Europea (ferita ancora aperta della Brexit), ma per tessere accordi settoriali, cooperazione in materia di difesa e un coordinamento che riduca la dipendenza esclusiva dal Pentagono e dalla Casa Bianca.
Di questo riallineamento si parlerà venerdì 3 aprile a “Radio3 Mondo”, su Rai Radio3, dove Roberto Zichittella e Luca Cinciripini (ricercatore nel programma “Ue, politica e istituzioni” dell’Istituto Affari Internazionali) analizzeranno come si incrini l’asse con Washington mentre la guerra in Ucraina alimenta i dubbi britannici. Perché il conflitto ucraino, lungi dall’essere un capitolo chiuso, funge da termometro: chi paga, chi arma, chi media. E Londra, pur restando un pilastro della Nato, sembra volersi ritagliare uno spazio autonomo, né vassallo né antagonista.
La derisione come strumento e il peso delle parole non dette
Tornando a Trump, la sua imitazione di Starmer – le “vecchie portaerei malandate” – non va letta solo come un insulto gratuito. È una mossa retorica classica del presidente americano: delegittimare l’avversario ridicolizzandone le capacità militari, e quindi la sovranità. Ma la sostanza, si diceva, è altrove. Non c’è alcuna richiesta formale di quelle navi, né un rifiuto britannico da registrare negli archivi. Il vuoto tra l’accusa e i fatti è ciò che rende l’episodio paradigmatico di una nuova fase nei rapporti transatlantici: si discute più di percezioni che di flotte, più di posture che di trattati. E in questo vuoto, Starmer cerca di inserire una narrazione alternativa: la Gran Bretagna come ponte, non come satellite. Un’operazione delicata, perché richiede di non rompere con Washington ma nemmeno di subirne le umiliazioni pubbliche. Finora, il premier laburista ha risposto con dignità istituzionale, mai con lo stesso tono. Ma la pazienza, in politica estera, è una risorsa che si consuma.




