Pd, scontro sul ddl antisemitismo tra D’Alema, Fassino e Delrio
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Redazione Interno
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La proposta di legge di Graziano Delrio sul contrasto all'antisemitismo, un testo che, come ha sottolineato l'autore in una replica editoriale, vorrebbe affrontare con rigore un fenomeno in "crescita esponenziale", ha aperto una crepa profonda all'interno del Partito Democratico, facendo emergere posizioni che appaiono ormai inconciliabili. Se da un lato Delrio ha tenuto a precisare che l’intento non è quello di "censurare i propal", dall'altro la sua iniziativa legislativa, che alcuni interpretano come un tentativo di equiparare le critiche allo Stato di Israele all'odio antiebraico, è divenuta il perno di uno scontro che va ben al di là delle semplici divergenze parlamentari.
La frattura tra i due ex leader dei Ds
A dare la misura della spaccatura, che attraversa il partito senza più mediazioni, è stato il quasi simultaneo intervento di due figure storiche, Massimo D’Alema e Piero Fassino, un tempo alleati nella guida dei Democratici di Sinistra. Mentre Fassino, in visita alla Knesset, elogiava pubblicamente la democrazia israeliana, D’Alema tuonava in aula alla Camera contro quella che ha definito la "pulizia etnica dei palestinesi", un'espressione che, sebbene non nuova nel dibattito politico internazionale, suona come un macigno gettato nel già agitato dibattito interno al gruppo. Lo scontro verbale tra i due, più che una sterile polemica, delinea con chiarezza due visioni del mondo e della politica estera che coabitano con fatica nello stesso partito, rendendo di fatto impossibile una linea unitaria.
La solidarietà esterna e l’accusa di "deriva"
La bagarre interna non è passata inosservata all'opposizione, con Fratelli d'Italia che ha espresso piena solidarietà a Delrio, definendo "ammirevoli" quegli esponenti del Pd che non hanno ritirato la firma dalla proposta nonostante le pressioni. L’attacco proveniente dagli schieramenti di destra è diretto e colloca il Partito Democratico "al traino dei movimenti Pro Pal", accusandolo di bollare come pericolose anche le iniziative contro l'odio antiebraico e di aver imboccato una "deriva" che, secondo queste critiche, sfiorerebbe un inaccettabile "feeling con Hamas". È in questo clima, segnato da accuse reciproche e da un vento che molti considerano antisemita, che la vicenda assume i contorni di un vero e proprio processo interno all'esponente di area cattolica, come evidenziato da alcuni titoli di giornale.
Il cuore del dilemma: critica politica o odio razziale?
Al di là delle strumentalizzazioni politiche, la questione di fondo rimane irrisolta e tocca un nervo scoperto delle democrazie occidentali. Il dilemma, che non è solo italiano, consiste nel tracciare un confine netto tra la legittima critica alle politiche di un governo, in questo caso quello guidato dal presidente degli Stati Uniti Trump che ha riconfermato il suo storico sostegno a Israele, e le manifestazioni di antisemitismo, le quali prendono di mira gli ebrei in quanto tali. La proposta di Delrio tenta di dare una risposta legislativa a questo interrogativo, ma finisce per polarizzare ulteriormente il campo, diventando il simbolo di una frattura ideologica che pare ingovernabile. La qualità della democrazia, come qualcuno ha osservato, si misura anche dalla capacità di proteggere i cittadini dalla paura, senza per questo imbrigliare il dibattito politico, un equilibrio delicatissimo che la politica fatica a trovare.




