Sanremo, Benigni e il mistero della sua presenza fissa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Roberto Benigni, ormai da anni, sembra essere diventato una presenza fissa al Festival di Sanremo, quasi un’istituzione parallela a quella del palco dell’Ariston. La sua ultima apparizione, durante la serata delle cover, ha lasciato molti spettatori con un senso di delusione, nonostante le aspettative fossero state alimentate dall’annuncio di Carlo Conti, che aveva promesso un “sorpresone”. Invece di un annuncio epocale o di una performance memorabile, Benigni ha presentato il suo nuovo show, “Il sogno”, in programma su Raiuno il 19 marzo. Un tempo capace di spaccare il palco con la sua energia travolgente, oggi sembra arrancare tra cabaret e pubblicità, lasciando molti a chiedersi cosa abbia fatto di male il pubblico per meritarsi questa presenza ricorrente.
La sua partecipazione, che ormai si ripete con una frequenza quasi rituale, ha sollevato non poche perplessità. Due anni fa, durante la pandemia, Benigni era stato chiamato a “riesumare” la Costituzione, in un momento in cui il Paese era alla ricerca di un simbolo di unità. Quella performance, però, fu accolta con freddezza: un numero che molti giudicarono noioso e servile, sotto lo sguardo benevolo del “monarca repubblicano”, come qualcuno ha definito il Presidente Mattarella. Eppure, nonostante le critiche, Benigni continua a essere un ospite fisso del Festival, quasi un cardinale legato della cultura italiana, un ruolo che sembra ormai consolidato.
Nella serata delle cover, considerata la più attesa dal pubblico, l’irruzione di Benigni ha suscitato reazioni contrastanti. Da una parte, c’è chi lo acclama come un mattatore, capace di incantare l’Ariston con la sua verve toscana; dall’altra, c’è chi si chiede se il suo cabaret, un tempo rivoluzionario, non abbia perso parte del suo smalto. “Tutta l’Italia, tutta l’Italia, tutta l’Ital-ia”, il suo refrain ripetuto come un mantra, ha diviso il pubblico: c’è chi lo ha trovato coinvolgente e chi lo ha giudicato scontato.
Carlo Conti, che lo ha invitato per la terza volta, non nasconde la sua ammirazione: “Per me è un sogno iniziare il Festival con lui”. Eppure, nonostante l’entusiasmo del direttore artistico, molti si domandano se la presenza di Benigni non sia diventata ormai un’abitudine più che una novità. Il suo ultimo intervento, in cui ha evitato il solito sermone patriottico, ha lasciato spazio a un cabaret leggero, ma anche a un senso di déjà-vu.
La domanda che molti si pongono è: perché Benigni? Perché un artista che, negli ultimi trent’anni, ha prodotto poco di rilevante continua a essere un punto fermo del Festival? Forse è il suo carisma, forse è il peso del suo passato, con capolavori come “La Vita è Bella”, girato proprio nella sua terra, la Toscana. O forse, semplicemente, è diventato un simbolo, una figura rassicurante in un’epoca in cui la cultura italiana fatica a trovare nuovi punti di riferimento.




