Fascisti a Montecitorio, la protesta dell'opposizione e lo stop del presidente
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Redazione Interno
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Difficile non concordare con la definizione di "sfregio alle istituzioni" per descrivere il tentativo di tenere un raduno nella Camera dei Deputati, uno dei luoghi simbolo della Repubblica nata dalla Resistenza, da parte di un ventaglio di sigle neofasciste e neonaziste. CasaPound, l'organizzazione più nota, aveva intenzione di riunirne diverse, alcune quasi fantasmi, altre capaci di raccogliere il peggio dell'estremismo, per illustrare una proposta di legge popolare su "Remigrazione e Riconquista", un testo pensato per predicare discriminazione e disprezzo, soprattutto contro gli immigrati. L’iniziativa, che infangava la memoria di chi in quell’aula aveva costruito un'Italia ripudiante l'odio del ventennio, ha però incontrato due ostacoli concreti, trasformando lo sfregio annunciato in una baruffa e poi in un nulla di fatto.
Il blocco di Fontana e l’assalto dei deputati
Il primo ostacolo è arrivato dallo stesso presidente della Camera, il quale, pur essendo espressione di una maggioranza di governo di centrodestra, aveva definito "inopportuna" la conferenza e aveva tentato, invano, di convincere il promotore a desistere. Decise quindi di bloccare l'ingresso alla sala stampa di Montecitorio a molti degli invitati, i cui nomi, previsti nella locandina dell'evento, non hanno così superato neppure una porta secondaria. Contemporaneamente, un secondo fronte di opposizione si materializzava all'interno della sala: una ventina di deputati della sinistra, infatti, sono intervenuti fisicamente per impedire al parlamentare organizzatore di spiegare ai giornalisti i contenuti di quella proposta di legge.
La legittimità della protesta e i limiti dell’ospitalità
Sulla vivace protesta dei parlamentari dell'opposizione, che hanno manifestato con chiarezza il loro dissenso, si è espresso anche un commentatore, sottolineando come quell'azione rientrasse a pieno Titolo nel loro ruolo di controllo e di opposizione. Ha osservato, tra l'altro, che mentre l'ingresso di ospiti invitati da un eletto è in linea di principio legittimo, nel momento in cui esso crea problemi di ordine pubblico o di sicurezza, la competenza a intervenire spetta senza dubbio al presidente dell'assemblea. Una dinamica che, in quel pomeriggio teso, si è svolta esattamente in questi termini, con la protesta che ha fatto da contraltare alla decisione dell’ufficio di presidenza.
Una pagina chiusa che lascia il segno
La pagina dell’incontro, dunque, si è chiusa senza che i contenuti di quella proposta trovino una cassa di risonanza istituzionale, ma l’episodio ha comunque lasciato un segno profondo. Ha riacceso, com’era inevitabile, il dibattito sulla liceità di consentire a formazioni che si richiamano esplicitamente al fascismo, ideologia condannata dalla Costituzione, di utilizzare sedi parlamentari per iniziative politiche. Ha mostrato, da un lato, le divisioni interne alla maggioranza di governo sull’argomento e, dall’altro, la volontà di una parte del Parlamento di ergersi a barriera contro qualsiasi tentativo di normalizzazione di linguaggi e simboli legati a quel periodo storico. Un episodio che, al di là delle baruffe, ripropone questioni antiche e irrisolte sull’antifascismo come fondamento della nostra democrazia.




