Iveco passa a Tata, polemiche e timori per il futuro industriale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre il governo tace, l’opposizione alza la voce. «Chiameremo "Chi l’ha visto" perché non c’è traccia del ministro Urso in questa vicenda», ha ironizzato il deputato di Azione Fabrizio Benzoni, annunciando la mobilitazione davanti allo stabilimento Iveco di Brescia. Un sit-in che vuole essere simbolico, ma anche concreto: «Saremo accanto ai lavoratori, ai dirigenti, alla storia dell’OM – marchio storico bresciano – e ai fornitori, perché qui a rischio non ci sono solo posti di lavoro, ma l’intera filiera industriale».

La cessione della divisione veicoli commerciali al colosso indiano Tata Motors, completata il 30 luglio con un accordo da 3,8 miliardi, segna un punto di non ritorno. Exor, la holding degli Agnelli-Elkann, ha incassato 4 miliardi di euro, chiudendo un capitolo che aveva già iniziato a sfogliare anni fa. Resta in mano a Leonardo – e quindi allo Stato – il comparto difesa, mentre la produzione di camion e bus vola verso Mumbai. Tata, che con i suoi 155 miliardi di fatturato annui domina settori che vanno dall’acciaio alle telecomunicazioni, ora punta a contrastare la concorrenza cinese nel mercato europeo dei veicoli industriali.

I sindacati, dal canto loro, chiedono garanzie che vadano «ben oltre i due anni di tutela occupazionale». La geografia produttiva è vasta: 19 stabilimenti e 30 centri di ricerca sparsi nel mondo, con 36 mila dipendenti. A Bolzano, come negli altri siti italiani, si teme non solo per i livelli occupazionali, ma per il controllo tecnologico e decisionale. «Serve una strategia chiara che mantenga in Italia direzione strategica, produzione e indotto», insiste Benzoni.

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