A Piacenza, 500 lavoratori Iveco-Astra in bilico dopo le cessioni a Tata e Leonardo
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Redazione Economia
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L’incertezza grava come una spada di Damocle su circa 500 operai dello stabilimento Astra-Iveco di Piacenza, dopo che il gruppo ha completato la cessione del ramo civile al colosso indiano Tata e quello della divisione «Defence» a Leonardo. Se i sindacati provinciali – Cgil, Cisl e Uil – riconoscono nella seconda operazione «un’opportunità di crescita», sottolineano però la necessità di «monitorare attentamente il percorso», affinché sia garantita «ogni certezza» sul piano occupazionale e industriale.
A Brescia, intanto, i dipendenti dell’impianto Iveco – 1.650 su 16.000 in Italia – affrontano una situazione simile, con la stessa cauta apprensione di chi, pur non sorpreso dalla notizia, teme per il futuro. La vendita a Tata Motors, infatti, lascia aperte domande cruciali non solo per i lavoratori diretti, ma anche per l’indotto che ruota attorno a un marchio storico dell’automotive italiano.
A Torino, dove la riorganizzazione del settore industriale procede senza un reale coinvolgimento delle parti sociali, la Cgil lancia l’allarme: «Il governo, nazionale e locale, deve intervenire per tutelare occupazione e produzione». Un grido d’allarme che si inserisce in un contesto già critico, con la cassa integrazione in aumento del 68% nei primi sei mesi del 2023 tra le aziende dell’indotto metalmeccanico piemontese.
Le parole più amare, però, arrivano da Giorgio Garuzzo, ex amministratore delegato di Iveco tra il 1984 e il 1991, che definisce la cessione a Tata «la più grave dismissione industriale della galassia Exor». Con tono polemico, l’ex manager accusa: «Torino perderà l’ultimo pezzo di grande industria, e il futuro sarà lavoro solo per baristi e camerieri». Una visione drastica, che riflette il timore di un declino irreversibile per un settore che ha trainato l’economia italiana per decenni.




