Il fantasma del 2007 e quei 260 miliardi di esposizione: la stretta di JPMorgan sul private credit scuote Wall Street
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Redazione Economia
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Il conto alla rovescia, per il sistema bancario americano, è iniziato. E la metafora scelta da Jamie Dimon, l’amministratore delegato di JPMorgan Chase, per descrivere lo stato d’allerta è quanto mai eloquente: quando si vede uno scarafaggio, ha spiegato agli investitori, è meglio mettere in conto che ce ne siano altri nascosti. Il riferimento, durante una delle ultime call con la comunità finanziaria, era al fallimento di due istituti di credito e ai rischi che si addensano all’orizzonte del private credit, quel settore del credito privato non bancario che negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale, attirando capitali con la promessa di rendimenti grassi e apparentemente protetti da qualsiasi tempesta. Oggi, quelle promesse iniziano a vacillare. JPMorgan, la prima banca degli Stati Uniti, ha deciso di stringere le maglie sui prestiti concessi ai fondi specializzati in questa attività, un segnale che ha fatto tremare l’intera industria finanziaria, riportando alla mente lo spettro del 2007, quando furono i mutui subprime a innescare la miccia della crisi globale.
La mossa dell’istituto guidato da Dimon non è stata un fulmine a ciel sereno, ma la conseguenza diretta di una ricognizione interna che ha portato a svalutare una parte consistente dei crediti in pancia ai fondi. Nel mirino sono finite in particolare le esposizioni verso le aziende del settore software, un comparto oggi reso improvvisamente vulnerabile dall’avanzata dell’intelligenza artificiale. I fondi di private credit, lo ricordiamo, raccolgono denaro da investitori istituzionali e non, per poi prestarlo direttamente alle imprese, lucrando sugli interessi. Ma per amplificare i profitti, molti di questi veicoli fanno leva: si rivolgono a loro volta alle banche per ottenere ulteriore liquidità, moltiplicando così la propria capacità di erogazione. È questo anello della catena che ora si sta spezzando, o quantomeno incrinando. JPMorgan, dopo aver rivisto al ribasso il valore di alcuni prestiti, ha iniziato a ridurre le linee di credito verso questi fondi, creando un effetto domino che ha già contagiato altri giganti come Morgan Stanley e BlackRock, costretti a porre un tetto ai rimborsi richiesti dagli investitori in fuga.
L’allarme da 260 miliardi e la ragnatela delle esposizioni bancarie
I numeri in gioco sono di quelli che fanno accapponare la pelle. Secondo le stime più accreditate, l'esposizione complessiva del sistema bancario statunitense verso il mondo opaco del private credit avrebbe raggiunto la cifra stratosferica di 260 miliardi di dollari, una somma che rischia di trasformarsi in una polveriera se le insolvenze aziendali dovessero moltiplicarsi. Un rapporto della Federal Deposit Insurance ration (FDIC) citato da analisti internazionali rivela un dato ancora più allarmante: se si considera non solo quanto già prestato, ma anche le linee di credito non ancora utilizzate ma già impegnate, il conto potrebbe lievitare fino a toccare i 4.200 miliardi di dollari. Una ragnatela finanziaria che lega a doppio filo il destino delle banche tradizionali a quello dei cosiddetti "fondi ombra", creando un rischio sistemico difficile da quantificare ma fin troppo facile da immaginare. La scintilla che ha innescato questo corto circuito va cercata nella crisi di fiducia che ha colpito il settore tecnologico: il timore che l'intelligenza artificiale possa rendere obsoleti interi modelli di business ha portato a una brusca svalutazione delle aziende di software, che costituiscono una fetta importante dei portafogli dei fondi di credito privato.
La reazione a catena, ormai, è sotto gli occhi di tutti. Non appena JPMorgan ha cominciato a tirare i remi in barca, riducendo il proprio sostegno ai fondi, il panico si è diffuso come un'onda d'urto. La banca tedesca Deutsche Bank, ad esempio, ha visto le proprie azioni cedere quasi il 7% in una seduta dopo che è emersa la sua esposizione per circa 30 miliardi di dollari nel settore, una cifra pari al 5% del suo intero portafoglio prestiti. Nel frattempo, colossi della gestione patrimoniale come Blackstone e lo stesso BlackRock hanno dovuto attivare i cosiddetti "gates", ovvero i meccanismi statutari che limitano la percentuale di riscatti consentiti agli investitori in un dato periodo, per evitare una ressa letale all'uscita. Blue Owl Capital, un altro gigante del settore, è stata addirittura costretta a vendere parte del proprio portafoglio con uno sconto pur di far fronte alle richieste di rimborso, un fatto che ha gettato ulteriore benzina sul fuoco, dimostrando la scarsa liquidità di un mercato che si era sempre vantato della sua stabilità.




