Il private credit trema: la mossa di JPMorgan e il caso delle aziende software

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La macchina del private credit, quel colosso finanziario cresciuto all’ombra delle banche tradizionali nell’era post‑2008, mostra ora i primi, inequivocabili segni di grippaggio. Il Wall Street Journal, solo due anni fa, ne celebrava l’ascesa inarrestabile, ma lo scenario che si delinea oggi è profondamente diverso, segnato da tensioni che dalla Silicon Valley si propagano fino ai piani alti di Wall Street. Al centro della bufera, che qualcuno inizia a definire una "resa dei conti" per un settore da 1.800 miliardi di dollari, ci sono i prestiti alle aziende software, un tempo considerate la gallina dalle uova d'oro e ora viste come l'anello debole della catena.

Il colosso bancario stringe i cordoni della borsa

La decisione di JPMorgan Chase, la prima banca americana per asset, ha agito come un catalizzatore delle paure latenti. L'istituto guidato da Jamie Dimon, che già lo scorso autunno aveva profetizzato l'emersione di più di uno "scarafaggio" dal tappeto del private credit, ha iniziato a limitare le linee di credito concesse ai fondi del settore. La mossa, rivelata dal Financial Times, non è banale: JPMorgan ha proceduto a svalutare una parte dei prestiti in portafoglio, in particolare quelli erogati a società attive nel mondo del software. Trattandosi di asset dati in garanzia dai fondi per ottenere liquidità dalla banca, il loro minor valore implica automaticamente una riduzione della capacità di indebitamento degli stessi fondi. È un meccanismo a catena che, partendo da una riconsiderazione del merito creditizio di un intero comparto, finisce per strozzare la linfa vitale di chi quel comparto lo finanzia.

Il nodo dell'intelligenza artificiale e le fughe degli investitori

Ma cosa ha innescato questa improvvisa ritirata? La risposta risiede in una perfetta tempesta che combina fattori macroeconomici e timori legati all'innovazione tecnologica. Da un lato, i tassi d'interesse elevati, destinati a rimanere tali ancora a lungo, comprimono i flussi di cassa delle aziende indebitate, specialmente quelle con modelli di business "asset-light", tipici del settore tecnologico. Dall'altro, e questo è l'elemento di novità più dirompente, è montata la preoccupazione per l'impatto dell'intelligenza artificiale generativa. Il ragionamento, per quanto brutale, è semplice: se l'IA è in grado di sostituire funzioni e servizi prima forniti da aziende software specializzate, l'intero modello di business di queste ultime – e di conseguenza la loro capacità di ripagare i debiti – viene messo in discussione. Questa doppia morsa ha innervosito gli investitori, innescando una corsa ai riscatti senza precedenti. Non solo Blue Owl Capital, nelle scorse settimane, è stata costretta a sospendere i rimborsi per un suo fondo e a liquidare asset per far fronte alle richieste, ma anche colossi come Blackstone e BlackRock hanno visto impennare le richieste di ritiro, con quest'ultima che ha dovuto porre un tetto del 5% ai prelievi dal suo veicolo HPS da 26 miliardi di dollari.

Disciplina a stelle e strisce e solidità europea a confronto

Di fronte a questo scricchiolio del mercato americano, gli occhi si volgono inevitabilmente all'Europa, dove il settore del private credit è cresciuto seguendo traiettorie in parte diverse. Il direttore degli investimenti di Amundi, Vincent Mortier, pur riconoscendo la rilevanza del problema, invita a non generalizzare, definendolo per ora "locale e non sistemico". La differenza sostanziale, a suo avviso, risiederebbe in una maggiore disciplina di mercato e in una struttura più solida del Vecchio Continente. Mentre negli Stati Uniti la competizione per allocare montagne di capitali ha portato a un eccesso di fiducia verso settori ad alta crescita ma anche ad alta volatilità, come quello dei prestiti legati al software, in Europa l'approccio sarebbe stato tradizionalmente più cauto, con una maggiore attenzione alla qualità del credito sottostante e alla diversificazione settoriale. Resta il fatto, però, che il cocktail di capitali in eccesso e scarse opportunità di impiego nell'economia reale è servito anche nei mercati del Vecchio Continente, lasciando presagire che le tensioni potrebbero non rimanere a lungo confinate oltreoceano.

L'effetto leva e la ritirata dalle banche

La dinamica che si è innescata mette a nudo uno dei meccanismi cardine su cui si reggeva la macchina dei profitti del private credit: la leva finanziaria. I fondi, per amplificare i rendimenti per i propri investitori, non si limitano a impiegare il capitale raccolto, ma si indebitano a loro volta con le banche, come JPMorgan, per moltiplicare la loro capacità di prestito. È un effetto moltiplicatore che funiona finché il valore degli asset sottostanti è stabile o in crescita. Nel momento in cui le banche iniziano a svalutare quei crediti, come sta accadendo ora, la leva si aziona al contrario, innescando una spirale negativa: la minor disponibilità di credito bancario costringe i fondi a vendere asset per far fronte ai riscatti o a ridurre la loro attività, deprimendo ulteriormente i valori di mercato e alimentando nuove svalutazioni. Un circolo vizioso che gli operatori del settore, abituati a un lungo inverno di tassi zero e di facili guadagni, non avevano ancora sperimentato con questa intensità.

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