BlackRock mette il freno ai prelievi, il private credit trema e Wall Street si interroga
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Redazione Economia
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La musica, per il colosso del risparmio gestito che porta il nome di Larry Fink, è cambiata improvvisamente, e con essa cambia il sentiment di un intero settore, quel mercato del credito privato che per anni aveva promesso agli investitori l’eldorado di rendimenti grassi e sicuri al riparo dalle intemperie dei listini. BlackRock, infatti, si è vista costretta a tirare i remi in barca, limitando i prelievi da uno dei suoi fondi di punta, il HPS rate Lending Fund, meglio noto come HLEND, un veicolo da 26 miliardi di dollari che rappresenta una delle scommesse più ambiziose della casa nel mondo del private credit. La decisione, annunciata nel fine settimana, arriva dopo un autentico assalto da parte degli investitori: richieste di rimborso per 1,2 miliardi di dollari nel primo trimestre, una cifra equivalente a circa il 9,3 per cento del patrimonio netto del fondo. Una percentuale troppo alta, evidentemente, per le casse di HLEND, che ha così attivato il cosiddetto "gate", il meccanismo di salvaguardia che permette di bloccare i deflussi una volta raggiunta una certa soglia. Il fondo pagherà “solo” 620 milioni di dollari, fermandosi al 5 per cento previsto dal regolamento, una mossa che ha fatto tremare il mercato facendo volare via il Titolo BlackRock, sceso in una seduta di oltre il 7 per cento trascinando con sé nel baratro anche le azioni di altri big delle gestioni alternative come KKR, Ares Management e Blue Owl.
Un’isola che non c’era più e il timore di un effetto domino
La mossa di BlackRock non arriva in un vuoto pneumatico, ma è l’ennesima crepa in un muro che sembrava incrollabile e che invece, ad uno sguardo più attento, mostra tutta la sua fragilità strutturale. Solo poche settimane fa, a fine febbraio, era stata Blue Owl Capital, un altro gigante del settore, a dover correre ai ripari limitando i riscatti e mettendo in vendita asset per 1,4 miliardi di dollari. E come dimenticare quanto accaduto poco prima a Blackstone, che per far fronte alla sete di liquidità dei propri clienti aveva dovuto alzare il tetto dei rimborsi fino al 7 per cento, iniettando di tasca propria 400 milioni di dollari per tamponare l'emergenza? Il copione, insomma, si ripete, e la regia sembra essere quella di un mercato, quello del private credit valutato intorno ai 1.800.000 miliardi di dollari, che sta vivendo il suo momento della verità. Il problema, per molti analisti, è strutturale: questi fondi raccolgono capitali promettendo una liquidità periodica – spesso trimestrale – ma investono in prestiti a medio e lungo termine erogati a imprese medio-piccole, poco liquide e difficilmente smobilizzabili in tempi brevi senza forti sconti. Quando troppi vogliono uscire contemporaneamente, il castello di carte rischia di crollare.
Il fantasma dei default e la due diligence sotto accusa
Ma cosa ha scatenato questa improvvisa corsa all’uscita? Alle spalle della decisione di BlackRock e degli altri big si intravedono i contorni di una sfiducia crescente che affonda le radici in alcuni fallimenti eccellenti e in un clima macroeconomico che, tra tassi ancora elevati e tensioni geopolitiche, spinge molti a cercare rifugi più sicuri. Un ruolo cruciale lo hanno giocato i crac, avvenuti lo scorso anno, di First Brands Group, fornitore di componenti per auto, e di Tricolor Holdings, operatore nel settore dei prestiti auto subprime. Due default che hanno aperto scenari inquietanti sulla qualità della due diligence condotta dai fondi, sollevando dubbi sulla reale solidità dei crediti erogati e sulla trasparenza delle valutazioni. Lo stesso Jamie Dimon, ceo di JPMorgan Chase, aveva paragonato questi episodi alla comparsa di scarafaggi: quando ne vedi uno, probabilmente ce ne sono molti altri nascosti. Un’immagine efficace che fotografa perfettamente l’ansia che serpeggia tra gli investitori, timorosi che questi fallimenti possano essere solo la punta dell’iceberg di un mercato cresciuto troppo in fretta e con standard di vigilanza quantomeno opinabili.
L’esposizione al settore tech e la nuova variabile dell’intelligenza artificiale
A complicare ulteriormente il quadro, per BlackRock e non solo, c’è la composizione dei portafogli. Quasi un quinto dei prestiti del fondo HLEND, circa il 19 per cento, è concentrato nel settore del software, un comparto che sta vivendo mesi di turbolenza a causa dell’avanzata inarrestabile dell’intelligenza artificiale. Le startup basate sull’AI, infatti, stanno cannibalizzando quote di mercato e attirando capitali, mettendo in difficoltà le aziende più tradizionali e mature che proprio in quel segmento operano. Un’esposizione, questa, che aggiunge un ulteriore fattore di rischio specifico a un contesto già di per sé incerto, dove la Fed che taglia i tassi non basta a rassicurare e dove la volatilità, complice anche il clima internazionale, torna a farla da padrona. Da qui la scelta, per molti versi obbligata, di BlackRock di blindare il fondo: una mossa che i dirigenti HPS difendono come "fondamentale" per evitare un "disallineamento strutturale" e per preservare il capitale necessario a cogliere future opportunità in un mercato che, dicono, potrebbe rivelarsi interessante per chi ha liquidità da impiegare. Peccato che, nel frattempo, gli investitori rimasti con il cerino in mano – o meglio, con le azioni bloccate nel fondo – non possano far altro che attendere il prossimo trimestre, sperando che la finestra di uscita si riapra e che il valore dei loro asset non si sia nel frattempo ulteriormente eroso.




