Il fantasma del 2007 e i 2.000 miliardi del private credit: tra svalutazioni e corti dei riscatti, il settore trema
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Redazione Economia
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C’è un’eco, a Wall Street, che molti preferirebbero non sentire. È il ricordo del 2007, di quando alcuni fondi legati ai mutui subprime iniziarono a bloccare i riscatti e qualcuno, nei corridoi della finanza, liquidò la faccenda come un problema tecnico e circoscritto. Dodici mesi dopo, si sa, il sistema bancario globale era in ginocchio. Oggi quel parallelo, scomodo e impopolare, torna a galla per descrivere le crepe che si stanno aprendo nel mondo del private credit, quel colosso da duemila miliardi di dollari cresciuto sulle macerie della crisi del 2008 e diventato, nell’ultimo decennio e passa, il finanziatore privilegiato di migliaia di aziende non quotate. Il timore, alimentato da una serie di scosse telluriche consecutive, è che la “tempesta perfetta” di cui si sussurrava possa aver trovato la sua via d’accesso.
L’allarme più tecnico, e forse per questo il più significativo, è arrivato da JPMorgan. La più grande banca americana, guidata da Jamie Dimon, ha infatti proceduto a svalutare il valore di alcuni portafogli di prestiti che le erano stati dati in garanzia dai fondi di private credit clienti, con un’attenzione particolare a quelli concentrati nel settore del software. Non si è trattato di una richiesta di rientrare immediatamente dalle esposizioni, ma di una mossa preventiva che incide sulla capacità di indebitamento dei fondi stessi, i quali utilizzano il cosiddetto back-leverage per amplificare i rendimenti: se il valore del collaterale scende, scende anche la liquidità che le banche sono disposte a fornire. È un segnale unilaterale, per ora non imitato da altri istituti, che pesa come un macigno in un mercato dove la trasparenza sui prezzi reali degli asset è notoriamente opaca. Al centro di questa svalutazione, e della conseguente riduzione dei margini di manovra, ci sono proprio le aziende tecnologiche, e in particolare le software company, il cui modello di business è improvvisamente finito nel mirino dell’intelligenza artificiale generativa. Un’esposizione, quella al tech, che nel private credit è massiccia e che rischia di innescare una ridda di default a catena, o quantomeno una revisione al ribasso dei bilanci.
Pochi giorni prima, del resto, era stato il turno di Blue Owl Capital, una delle stelle più brillanti della galassia del credito privato con oltre trecento miliardi in gestione, di finire al centro delle cronache, seppur per vicende parzialmente diverse ma ugualmente sintomatiche di un disagio profondo. Dopo le tensioni della fine del 2025 legate a un tentativo di fusione finito male, a febbraio il fondo ha annunciato la vendita forzata di una montagna di asset da un miliardo e quattrocento milioni di dollari per far fronte alle richieste di rimborso, sospendendo in via permanente i riscatti per il suo veicolo più piccolo, quello dedicato agli investitori più facoltosi. Un’accusa formale, poi, è arrivata da un hedge fund, Glendon Management, secondo cui Blue Owl e altri avrebbero sistematicamente “travisato” i tassi di perdita reali dei loro portafogli, presentandoli molto più bassi di quanto non fossero in realtà. Il Titolo, va da sé, è finito nel mirino degli speculatori, con le vendite allo scoperto schizzate a livelli record.




