BlackRock frena i riscatti su un fondo, azioni giù del 10% e il mercato del private credit trema

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ondata di richieste di rimborso ha infranto gli argini, e il colosso mondiale della gestione patrimoniale, BlackRock, ha dovuto alzare le saracinesche. La società, la cui capitalizzazione di mercato rappresenta un termometro affidabile della fiducia degli investitori, ha infatti bloccato parzialmente i prelievi da uno dei suoi principali fondi di credito privato, un veicolo da circa 26 miliardi di dollari che si è trovato a dover gestire richieste di riscatto per 1,2 miliardi, una cifra quasi doppia rispetto al limite massimo consentito dal regolamento del fondo. La reazione di Piazza Affari e di Wall Street non si è fatta attendere: il Titolo BlackRock ha perso venerdì scorso il 10% del suo valore, un tracollo che ha inevitabilmente riacceso i riflettori su un settore, quello del private credit, cresciuto nell’ombra del sistema bancario tradizionale e oggi del valore di quasi 2.000 miliardi di dollari. La decisione di limitare i rimborsi, consentendo di onorare solo poco più della metà delle richieste (6,2 miliardi sui 12 richiesti), non è che l’ultimo di una serie di segnali d’allarme che giungono da questo mercato parallelo del prestito diretto.

Un canarino nella miniera e il fantasma del 2008

Il mondo del credito privato, che aveva conosciuto la sua età dell'oro proprio dalle ceneri della grande crisi finanziaria del 2008 quando le banche, strette dalla morsa delle nuove regolamentazioni, avevano ridotto drasticamente i prestiti alle imprese, si trova ora a fare i conti con la propria fragilità strutturale. Le richieste di riscatto non hanno colpito solo BlackRock; nelle scorse settimane, Blue Owl, un altro gigante del settore, era stato costretto a limitare i prelievi e a procedere con una maxi-cessione di asset per 1,4 miliardi di dollari, una mossa che aveva già fatto drizzare le antenne agli analisti. La definizione di “canarino nella miniera di carbone” utilizzata da Mohamed El-Erian, capo-consigliere economico di Allianz, appare quanto mai calzante per descrivere un fenomeno che, se dovesse estendersi, potrebbe innescare una crisi di liquidità sistemica. Il nodo centrale, e gli investitori lo stanno comprendendo solo ora, risiede nella natura stessa di questi fondi: offrono rendimenti elevati perché investono in attivi illiquidi, prestiti a medio-lungo termine che non possono essere smobilizzati rapidamente per far fronte a una fuga improvvisa di capitali.

L’incubo della svalutazione e il crollo in borsa

Il clima di psicosi, alimentato anche dalla disinformazione che circola sui social network, è stato ulteriormente aggravato da una notizia che ha gelato il mercato: BlackRock avrebbe azzerato il valore di un prestito da 25 milioni di dollari, un credito che fino a tre mesi fa era iscritto in bilancio al suo valore nominale. Una svalutazione così repentina e radicale, sebbene possa riguardare una singola posizione, ha scatenato interrogativi pesanti come macigni: “BlackRock sta per fallire?”. Il titolo ha subito un'emorragia di capitale, trascinando con sé l'intero comparto, con KKR, Carlyle e Apollo che hanno registrato flessioni tra il 5 e il 6%. La paura è che questi fondi, che operano con leva finanziaria e con una concentrazione del rischio in alcuni settori, possano nascondere un effetto domino capace di contagiare l'intero sistema finanziario. La Banca dei Regolamenti Internazionali, del resto, aveva già lanciato l'allarme, sottolineando come la crescente interconnessione tra banche e private credit e l'ingresso massiccio di investitori retail nel settore rappresentino una vulnerabilità da monitorare con attenzione.

La tempesta perfetta per il credito privato

A rendere il quadro ancora più complesso, in un contesto dove le banche tornano a bussare alle porte del mercato dei prestiti sindacati approfittando dei tassi in calo, i gestori del private credit si trovano schiacciati tra due fuochi. Da un lato, devono fronteggiare una concorrenza più agguerrita che erode gli spread e riduce i margini; dall'altro, come emerso dalla conferenza Bloomberg Invest, devono gestire un parco clienti composto per il 95% da investitori che non hanno mai attraversato un vero ciclo economico con tassi d'interesse positivi. Le rinegoziazioni e le estensioni delle scadenze dei prestiti, che si stanno moltiplicando, sono il segnale che molte aziende sotto finanziamento iniziano a mostrare crepe nel loro modello di business. L'incubo che serpeggia tra gli analisti è che ci si trovi di fronte a una bolla pronta a esplodere, lasciando migliaia di investitori con in mano quote di fondi che non possono essere liquidate e un pugno di mosche in cambio dei capitali investiti.

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