Il private credit trema: Kkr e Blue Owl frenano i rimborsi, e il mercato scopre la fragilità della liquidità

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è un terremoto, almeno non ancora. Ma i boati, nel sottosuolo della finanza globale, si fanno sempre più insistenti. Il private credit – quel mercato da quasi duemila miliardi di dollari cresciuto all’ombra delle banche tradizionali – mostra crepe che nemmeno i suoi più accesi sostenitori possono più ignorare. A suonare la svella, dieci giorni fa, era stato l’amministratore delegato di Goldman Sachs, David Solomon, con un allarme velato ma chiaro. Oggi, però, il campanello d’allarme ha smesso di essere un singolo rintocco: sono due i nuovi episodi che riaccendono i timori, e non tra gli allarmisti di professione, ma tra gli stessi operatori del settore.

Il fondo Kkr chiude i rubinetti, e i numeri parlano chiaro

Il colosso newyorkese Kkr, uno dei nomi più pesanti del private equity e del credito alternativo, ha deciso di limitare i rimborsi per due dei suoi veicoli, il K-Fit e il Kkr-Fits. Non si tratta di cifre simboliche: le richieste di riacquisto di azioni proprie hanno raggiunto il 6,3% per il primo fondo e il 3,7% per il secondo. Percentuali che, lette in un contesto di mercato tradizionale, potrebbero persino sembrare contenute. Ma nel mondo del private credit, dove la liquidità è per definizione limitata e le uscite vengono programmate con mesi di anticipo, quei numeri rappresentano un vero e proprio affollamento all’uscita di emergenza. Kkr, di fatto, ha alzato il cancello – il cosiddetto *gate* – per evitare una svendita forzata degli attivi.

Blue Owl Capital: richieste da record e un gelo che si allarga

E se Kkr ha messo un freno, l’altro episodio ha assunto i contorni di una vera e propria corsa agli sportelli. Blue Owl Capital, altro gigante del private credit, ha ricevuto richieste di riscatto senza precedenti. Sul fondo Blue Owl Credit Income Corp., gli investitori hanno chiesto di ritirare il 21,9% delle quote nel primo trimestre. Il dato, già impressionante, impallidisce però davanti a quello del più piccolo Blue Owl Technology Income Corp., dove le richieste hanno sfiorato il 40,7%. Numeri che nessun fondo di credito privato, per quanto ben capitalizzato, può assorbire senza interrompere i rimborsi. E infatti Blue Owl ha fatto proprio questo: ha limitato le uscite, confermando che la tensione non è più circoscritta a qualche fondo marginale.

La dinamica ben nota del private market, secondo BDL Capital Management

A gettare luce sulla meccanica nascosta di questi episodi è l’analisi di Laurent Chaudeurg, gestore di BDL Capital Management, società francese specializzata nell’azionario europeo e nell’analisi fondamentale. Il suo punto, semplice ma spesso rimosso, è che la liquidità nei private markets regge finché i flussi in entrata superano le richieste di rimborso. Finché, cioè, arrivano nuovi capitali a sostituire quelli in uscita. Quando però la fiducia vacilla – e gli ultimi mesi hanno visto una fuga di investitori istituzionali e family office verso asset più liquidi – il meccanismo si inceppa. I *gates*, i limiti ai riscatti e gli interventi di sostegno non sono incidenti di percorso: sono l’espressione visibile di una fragilità strutturale che molti avevano scelto di non vedere.

Un mercato da 1.800 miliardi scopre il suo tallone d’Achille

Il private credit, va ricordato, non è più una nicchia. Vale circa 1.800 miliardi di dollari, e per anni è stato venduto agli investitori come l’alternativa sicura e decorrelata ai mercati pubblici. Ma la decorrelazione, in momenti di stress, si rivela spesso un’illusione. Quello che sta accadendo oggi – con Kkr e Blue Owl costretti a frenare i rimborsi – è il primo vero banco di prova per un’industria che ha costruito la sua crescita sulla promessa di rendimenti stabili in cambio di liquidità limitata. E quando le richieste di uscita crescono in modo sincronizzato, quella liquidità limitata si trasforma da clausola tecnica in gabbia. Per gli investitori che volevano uscire, naturalmente. Ma anche per quelli che restano, e che scoprono di non poter contare su una valutazione giornaliera delle proprie quote. Il rischio, insomma, non è solo di un cigno nero. È che il cigno sia già lì, grigio, e stia sbattendo le ali.

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