L’Italia corre sul cashless ma resta indietro in Europa: 500 miliardi di transato e un ventunesimo posto che non decolla
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Redazione Economia
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C’è una sorta di paradosso, se si osservano i numeri appena diffusi dall’undicesimo rapporto della Community Cashless Society di Teha Group, che raccontano di un Paese, il nostro, capace di triplicare in un decennio il valore dei pagamenti digitali – si è passati dai 174 miliardi del 2015 agli oltre 500 miliardi del 2025 – ma incapace, al contempo, di recuperare il terreno perduto con il resto d’Europa. Il transato, che oggi vale il 26,6 per cento del Prodotto interno lordo, segna una crescita media annua del 9,5 per cento nell’ultimo triennio, un’accelerazione che pure non basta a colmare un divario che appare sempre più di natura strutturale. Nel 2026, secondo il Cashless Society Index, l’Italia si colloca al ventunesimo posto su ventisette nell’Unione Europea, perdendo anzi una posizione rispetto all’anno precedente e rimanendo distante non solo dai benchmark del Nord Europa, ma anche da economie comparabili come la Germania, decima, la Spagna, dodicesima, e la Francia, sedicesima.
Centottantuno transazioni pro capite contro una media Ue di 247
Il dato che forse più di ogni altro fotografa il ritardo italiano è quello delle transazioni digitali pro capite: 181,4, a fronte di una media europea che sale a 246,8. Una distanza che non si spiega soltanto con le abitudini dei consumatori, per quanto queste resistano ancorate all’uso del contante, ma che affonda le radici in una serie di elementi sistemici. L’importo medio di una transazione cashless, infatti, rimane in Italia sensibilmente più alto rispetto a quello dei partner continentali – undici euro in più, secondo le elaborazioni di Teha Group – segno che la carta o lo smartphone si usano ancora prevalentemente per spese consistenti e non per i piccoli acquisti quotidiani, dove la lira cartacea, per così dire, continua a regnare sovrana.
Il contante, dal canto suo, mantiene una presa salda sull’economia: l’Italia è trentunesima su centoquarantaquattro economie mondiali nel Cash Intensity Index, con una quantità di denaro fisico in circolazione che raggiunge l’11,5 per cento del Pil, un valore superiore alla media europea del 9,8 per cento e più alto di tutte le principali aree geografiche. Questa persistenza del contante non è un fenomeno neutrale, perché si intreccia in modo pericoloso con le dimensioni dell’economia sommersa, stimata intorno ai duecento miliardi di euro, pari al 10,2 per cento del Pil, e con un divario Iva – il cosiddetto Vat gap – che tocca i venticinque miliardi, confermando l’Italia come la principale grande economia europea per incidenza dell’evasione fiscale legata all’imposta sul valore aggiunto.
Una filiera da 17,7 miliardi che cresce più del Pil
Eppure, a dispetto di queste criticità, il comparto industriale dei pagamenti digitali si presenta come uno dei più dinamici del panorama nazionale. Duemilaottocentoquarantaquattro aziende, tra operatori nazionali e internazionali, generano un fatturato di 17,7 miliardi di euro e un valore aggiunto di 9,4 miliardi, dando lavoro a trentaquattromilaseicento persone lungo l’intera catena della transazione elettronica. Dal 2015, il fatturato del settore è aumentato dell’85,3 per cento, a fronte di una crescita del Pil del 32,2 per cento: un segnale inequivocabile di come la filiera cashless corra molto più veloce del resto dell’economia, trainata dall’innovazione tecnologica e da una domanda che, seppur lentamente, cambia pelle.
La crescita, per quanto robusta, non ha però ancora inciso in modo decisivo sulla riduzione di quel gap culturale e infrastrutturale che separa l’Italia dai partner europei. Nel 2025, per la prima volta in un decennio, il Paese era uscito dal gruppo delle trenta economie peggiori per dipendenza dal contante, ma il miglioramento di tre posizioni non ha scalfito più di tanto una sostanza che resta fragile. La maggior circolazione di denaro non tracciabile, spiegano gli analisti, non solo alimenta il sommerso – cresciuto del 7,5 per cento per il terzo anno consecutivo, tornando sopra i livelli pre-pandemia – ma rende anche più complesso il recupero di produttività e trasparenza che la digitalizzazione dei pagamenti, di per sé, dovrebbe garantire.
Gli esercenti e la sfida della modernizzazione
Sul fronte delle abitudini di spesa, i settori della ristorazione e del commercio al dettaglio si confermano i principali motori della transizione. Secondo un’analisi condotta da SumUp, nei primi nove mesi del 2025 i pagamenti digitali in Italia sono cresciuti del 27,5 per cento, con uno scontrino medio in calo del 6,9 per cento a 31,8 euro: un segnale che la moneta elettronica comincia a farsi strada anche per importi piccoli, sintomo di una familiarità in aumento. Bar, ristoranti e alimentari assorbono quasi la metà delle transazioni senza contanti, con punte in alcune città come Ancona, dove la percentuale sfiora il 32 per cento, o come Potenza, dove a sorpresa spiccano i pagamenti nei saloni di parrucchieri.
Ma la digitalizzazione dei pagamenti, per quanto in crescita, non può prescindere da un quadro più ampio che riguarda le competenze digitali dei cittadini e la modernizzazione della pubblica amministrazione. Solo il 46 per cento degli italiani possiede competenze digitali di base, un dato inferiore alla media Ue del 54 per cento, e appena il 55 per cento utilizza i servizi digitali della Pa, contro una media europea del 70 per cento. Una distanza che, se da un lato rallenta l’adozione di strumenti come i pagamenti elettronici, dall’altro rappresenta un freno alla stessa competitività del sistema Paese.




