Il drone russo che ha sfiorato la guerra: un attacco alla centrale estone e il volo degli ucraini sulla Lettonia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella notte tra martedì e mercoledì, il confine orientale della Nato ha tremato – per usare un eufemismo che poco si addice alla natura degli eventi – sotto il peso di una serie di incursioni aeree che hanno messo in luce la crescente porosità delle linee di separazione tra il campo di battaglia ucraino e il territorio dell’Alleanza. Il Servizio di sicurezza interna estone, l’Iss, ha confermato in mattinata che un drone di fabbricazione russa ha violato lo spazio aereo nazionale per poi andarsi a schiantare contro la ciminiera della centrale elettrica di Auvere. L’impatto, benché preciso nel bersaglio, non ha provocato feriti né danni strutturali rilevanti all’impianto; un dettaglio, quest’ultimo, che non ha impedito alle autorità di Tallinn di avviare accertamenti immediati sulla traiettoria seguita dal velivolo, entrato in territorio estone direttamente dallo spazio aereo della Federazione Russa.

Il doppio sconfinamento sulla Lettonia e l’ombra della risposta a Ust-Luga

Non si è trattato, tuttavia, di un episodio isolato. Contemporaneamente all’azione in Estonia, le forze di controllo della Lettonia hanno rilevato la presenza di almeno due altri droni – presumibilmente di origine ucraina, secondo le prime ricostruzioni – che avevano oltrepassato i confini nazionali: uno proveniente dalla Russia, l’altro dalla Bielorussia. La compresenza di questi vettori, nello stesso arco temporale e lungo il medesimo fianco orientale, ha spinto gli analisti a interrogarsi sul possibile nesso con le operazioni condotte da Kiev nelle retrovie russe. L’ipotesi, suffragata da fonti militari ma ancora priva di una formale rivendicazione incrociata, è che queste penetrazioni nei cieli baltici possano costituire una sorta di eco, o forse di contraltare, all’attacco con munizioni circuitanti che le Forze armate ucraine hanno sferrato contro il porto di Ust-Luga, nell’oblast’ di Leningrado. Un attacco, quello al porto sul Golfo di Finlandia, che aveva già sollevato il timore di un’escalation proprio a ridosso dei confini marittimi della Nato.

Il rompighiaccio nel cantiere di Vyborg e le linee del conflitto che si allungano

A complicare ulteriormente il quadro, aggiungendo un tassello di natura navale a questa torsione del conflitto, è arrivata nella stessa notte la rivendicazione dello Stato Maggiore ucraino relativa a un attacco contro un’imbarcazione russa ormeggiata presso il cantiere navale di Vyborg. La città, situata a nord di San Pietroburgo e a pochi chilometri dal confine con la Finlandia (membro Nato anch’essa), ha visto il riuscito raid contro quella che, secondo le indiscrezioni fornite da Kiev, sarebbe un’unità della Guardia di Frontiera dell’Fsb. Si tratterebbe di un rompighiaccio, probabilmente riconducibile al Progetto 23550, la cui identità oscilla tra il *Purga* e il *Dzerzhinsky*; entrambi, se la ricostruzione trovasse conferma, rappresentano obiettivi ad alta valenza simbolica, essendo destinati al servizio nell’articolazione marittima dell’erede del Kgb. La foto diffusa dalle autorità ucraine, sebbene non risolutiva per l’identificazione certa del mezzo, testimonia la capacità di proiezione operativa di Kiev ben oltre le linee del fronte tradizionale, addentrandosi in quelle che fino a ieri venivano considerate retrovie sicure per Mosca.

I confini permeabili e la nuova normalità della tensione

L’incidente di Auvere, unito agli sconfinamenti lettoni e all’attacco al cantiere navale, dipinge il ritratto di una fase del conflitto in cui le barriere geografiche e i corridoi aerei degli Stati baltici sono diventati elementi attivi – e vulnerabili – della contesa. La circostanza che il drone russo si sia schiantato contro un’infrastruttura energetica, peraltro senza provocare vittime, riporta alla mente lo stillicidio di incidenti ibridi che hanno caratterizzato gli ultimi anni sul fianco orientale dell’Alleanza. Le autorità estoni, nel limitarsi a certificare l’assenza di feriti e l’origine russa del velivolo, hanno scelto per il momento una linea prudenziale, limitando le dichiarazioni ai soli accertamenti tecnici. Resta sullo sfondo, ma con una nitidezza crescente, la questione della permeabilità dello spazio aereo Nato in un contesto in cui i droni – siano essi russi, ucraini o di altra provenienza – attraversano i confini con una frequenza che rischia di trasformare l’eccezione in consuetudine. La mancata escalation immediata non cancella, insomma, la sostanza di quanto accaduto: per alcune ore, lungo il perimetro dell’Alleanza, si è consumato un episodio di collisione fisica tra un’arma russa e un’infrastruttura critica di un Paese membro, mentre nel contempo velivoli ucraini compivano una ricognizione armata – o una dimostrazione di forza – nello spazio aereo lettone, restituendo l’idea di un teatro bellico i cui confini reali sono ormai divenuti più ampi e sfumati di quanto i trattati internazionali prescrivano.

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