Iran, la rivoluzione e il peso ingombrante di un passato che non è alternativa
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Redazione Esteri
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Mentre le strade dell'Iran continuano a essere teatro di una protesta che ha ormai superato i confini della semplice rivolta per assumere i tratti di una rivoluzione, un fenomeno inatteso cattura l'attenzione di alcuni osservatori esterni: la riemersione pubblica di figure legate all'antica monarchia Pahlavi. Appare, a taluni, come un semplice riflesso nostalgico, un'icona comoda per chi guarda da lontano e cerca riferimenti comprensibili in un sollevamento dalle radici profondamente nuove. A un esame più attento, tuttavia, quella presenza segnala una crisi di prospettiva più ampia, l'incapacità di immaginare un futuro radicalmente diverso senza appoggiarsi, in qualche modo, ai simboli di un potere già visto. L'idea stessa che la salvezza del paese possa giungere da un ritorno a quel passato o, peggio, dall'intervento risolutore di potenze straniere, ripropone infatti un modello verticistico di autorità che la storia iraniana ha già conosciuto e che, in diverse forme, ha già mostrato i propri limiti.
Dalla rivolta alla rivoluzione: una differenza sostanziale
È necessario, per comprendere la portata degli eventi, chiarire un punto lessicale che è anche sostanziale: ciò che accade in Iran non è più una rivolta, è una rivoluzione. La distinzione, sebbene possa apparire sottile, è in realtà abissale. Le rivolte, delle quali il paese ha avuto esperienza in diverse occasioni negli ultimi decenni, avanzano generalmente richieste di riforma, reclamano risposte a disagi economici, tentano una trattativa con il potere costituito. La rivoluzione, al contrario, non nutre più quelle aspettative e non intende accontentarsi di una riorganizzazione dell'ordine vigente, perché ne rigetta le fondamenta stesse. Il movimento di oggi, guidato in larga misura da giovani e donne, non chiede aggiustamenti ma un cambiamento di sistema, un ripensamento totale della struttura di potere e delle relazioni sociali, obiettivi che trascendono di gran lunga la cornice di qualsiasi nostalgia monarchica.
Il silenzio internazionale e le contraddizioni della politica
La brutalità della repressione, che ha causato un numero elevatissimo di vittime tra i manifestanti, si scontra con un rumore internazionale comparativamente flebile, soprattutto se paragonato alla mobilitazione che altre cause suscitano. Questo parziale silenzio solleva interrogativi amari sulle priorità della politica globale, dove il calcolo degli interessi strategici sembra spesso sovrascrivere la coerenza nella difesa dei diritti umani universali. I giovani iraniani, che pagano un prezzo altissimo per la loro richiesta di libertà, si trovano così ad affrontare non solo la violenza del regime interno ma anche l'isolamento determinato da logiche diplomatiche che operano distinguo poco giustificabili sul piano etico. La loro solitudine, in questo senso, è doppia.
La sinistra e le sue nuove città simboliche
Le immagini che giungono da Teheran, così come quelle da Kiev, pongono del resto una questione dirimente anche al campo politico tradizionalmente schierato a difesa degli oppressi. I valori fondativi della sinistra – la libertà, la solidarietà con i più deboli, il rifiuto della tirannide – sono oggi chiamati in causa in maniera plateale da questi due scenari. L'Iran, in particolare, rappresenta un banco di prova per la capacità di esprimere un sostegno senza riserve a una lotta di liberazione che non si incasella facilmente negli schemi geopolitici ordinari, una lotta che sfida sia una teocrazia oppressiva sia le facili semplificazioni di chi vorrebbe ridurla a un ritorno al passato. Il sostegno ai manifestanti iraniani, quindi, dovrebbe configurarsi come una presa di posizione chiara a favore di un futuro che devono poter scrivere da soli, liberi da vecchi e nuovi padroni.




