L’Italia e le condizioni per l’indipendenza energetica: dalle rinnovabili alle stoccaggio
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Redazione Economia
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Il tema della sicurezza energetica, in un contesto internazionale segnato da tensioni diffuse e da una ritrovata instabilità nelle rotte commerciali del gas e del petrolio, torna a imporsi con forza nel dibattito pubblico e nelle agende governative; l’Italia, in questo scenario, si trova nella condizione peculiare di possedere, almeno sulla carta, tutte le carte in regola per avviare un percorso strutturato verso una maggiore autonomia. Se ne discute da anni, certo, ma i numeri più recenti — come la crescita della domanda elettrica registrata a gennaio e la volatilità dei prezzi delle materie prime — rendono la questione meno teorica e molto più contingente. Il Paese, secondo diverse analisi, avrebbe infatti il potenziale per ridurre drasticamente la dipendenza dall’estero, che si attesta ancora su percentuali elevate — intorno al 74% — ma l’ostacolo principale, a ben guardare, non è tanto di natura tecnologica quanto piuttosto di visione industriale e di tempistiche realizzative.
L’eolico offshore e il fotovoltaico come pilastri di una nuova strategia
Le tecnologie, per la verità, esistono e in molti casi sono già mature per un dispiegamento su larga scala. L’eolico offshore flottante, per esempio, rappresenta una frontiera particolarmente interessante per un paese come l’Italia, circondato da mari profondi in cui le classiche turbine fisse a fondale non potrebbero trovare collocazione. Progetti pilota avviati in altre nazioni europee, come in Germania, dimostrano non solo la fattibilità tecnica ma anche una progressiva riduzione dei costi, scesi di oltre la metà nell’arco di un quinquennio; e le condizioni nei nostri mari, con velocità del vento che in certe aree raggiungono medie considerevoli, non sarebbero da meno. Parallelamente, il fotovoltaico — che pure ha già dato un contributo significativo al mix energetico nazionale, coprendo quasi la metà della domanda elettrica — potrebbe compiere un ulteriore salto di qualità se indirizzato verso soluzioni a minor impatto sul territorio: l’agrovoltaico, che consente di coniugare produzione agricola e generazione elettrica sui medesimi appezzamenti, o l’installazione di pannelli su superfici già artificiali, come capannoni industriali e coperture urbane, rappresentano strade percorribili per evitare il consumo di nuovo suolo.
La risposta dell’industria tra meccanismi di mercato e investimenti
Dal fronte industriale, intanto, arrivano segnali che meritano attenzione. Il sistema confindustriale, da tempo in prima linea nel sollecitare interventi strutturali, ha accolto con favore l’affinamento di strumenti come l’Energy Release 2.0, un meccanismo che punta a fornire alle imprese energivore energia rinnovabile a prezzi calmierati, legando la fornitura a nuovi investimenti nella produzione pulita. Giuseppe Riello, presidente di Confindustria Verona, ha sottolineato come la definizione di regole operative chiare rappresenti un passaggio decisivo per dare ossigeno a un tessuto produttivo che sconta da tempo il differenziale di costo dell’elettricità rispetto ad altri Paesi europei, dove misure analoghe sono già operative o in fase di avanzata implementazione. La partita, insomma, si gioca anche sul terreno della competitività: un’azienda che paga l’energia di più fatica a reggere il confronto sui mercati internazionali, e in questo senso la disponibilità di fonti rinnovabili a costi stabili potrebbe trasformarsi in un fattore di attrazione per nuovi insediamenti produttivi.
Il nodo delle reti e dell’accumulo, con l’Italia già avanti
Ma produrre energia pulita, da sola, non basta: occorre anche un sistema in grado di gestirla, trasportarla e conservarla. È qui che entra in gioco un altro tassello fondamentale, quello delle infrastrutture di rete e dei sistemi di accumulo. L’Italia, in questo specifico ambito, vanta una posizione di avanguardia in Europa, con una quota significativa della capacità di stoccaggio complessiva dell’Unione e una crescita costante degli impianti di batterie connessi alla rete. Le cosiddette smart grid, le reti intelligenti che permettono di bilanciare in tempo reale i flussi di energia e di prevenire i blackout, sono una realtà da anni nel nostro Paese, e gli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza — con diversi miliardi di euro stanziati proprio per il potenziamento delle infrastrutture di rete — dovrebbero ulteriormente consolidare questo primato. La sfida, semmai, è quella di integrare queste tecnologie in un quadro coerente, che non lasci spazio a interventi frammentati ma che punti a una programmazione di lungo respiro, capace di dare certezze agli investitori.
I produttori indipendenti e la richiesta di regole stabili
L’appello arrivato nelle scorse settimane da un nutrito gruppo di produttori indipendenti di energia elettrica — società attive nello sviluppo e nella gestione di impianti rinnovabili — va letto esattamente in questa prospettiva. Secondo questi operatori, alcuni provvedimenti emergenziali, se non inseriti in una cornice più ampia e prevedibile, rischiano di produrre l’effetto opposto a quello desiderato, disincentivando nuovi investimenti proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. La richiesta, rivolta al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e a quello delle Imprese, è di definire un percorso chiaro per le aste di nuove capacità rinnovabile e per i sistemi di accumulo, estendendo su tutto il territorio nazionale meccanismi virtuosi già sperimentati in alcune aree. La crescita delle rinnovabili, insomma, non può essere lasciata alla sola logica dell’emergenza, ma ha bisogno di regole che guardino oltre la contingenza, offrendo agli operatori quella stabilità regolatoria che sola può trasformare le potenzialità del Paese in risultati concreti e duraturi.




