Trump vince sulla riforma dello ius soli, la Corte suprema limita i poteri dei giudici federali

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una sentenza storica, che segna un punto di svolta nella politica migratoria degli Stati Uniti, è stata accolta con soddisfazione da Donald Trump, il quale ha definito la decisione della Corte suprema "una vittoria monumentale per la Costituzione". Con sei voti a favore e tre contrari – quelli dei giudici liberal – la maggioranza conservatrice ha infatti stabilito che i tribunali federali non possono più sospendere in modo indiscriminato i provvedimenti esecutivi del presidente, soprattutto quando riguardano misure contro lo ius soli, il diritto alla cittadinanza per nascita sul suolo americano.

La riforma voluta da Trump, che restringe tale diritto ai soli figli di immigrati regolari, era stata più volte bloccata da corti inferiori, ma ora la Corte suprema ha ribaltato quelle decisioni, riducendo il margine di intervento dei giudici federali. "Finalmente possiamo applicare le nostre politiche senza ostacoli ingiustificati", ha commentato il presidente, promettendo di portare avanti con maggiore determinazione la sua agenda sull’immigrazione.

Oltreoceano, la notizia ha trovato eco anche in Italia, dove Matteo Salvini – leader della Lega – ha espresso il suo sostegno alla sentenza, definendola "un’ottima notizia" in contrasto con quelle che, a suo dire, sono le "inutili polemiche" sollevate in Italia sul decreto sicurezza. "Mentre da noi si discute di pareri tecnici, gli Stati Uniti danno un segnale forte", ha aggiunto, sottolineando come la decisione rafforzi la linea dura sulle migrazioni.

La riforma dello ius soli, che rischia di escludere migliaia di bambini nati da genitori irregolari, rappresenta una rottura con una tradizione secolare, essendo stata la cittadinanza per nascita uno dei pilastri su cui si è costruita l’identità statunitense. Ma per Trump, che da tempo ne chiedeva l’abolizione, si tratta di un passo necessario per "proteggere il paese".

Gli effetti della sentenza si faranno sentire ben oltre i confini nazionali, influenzando non solo le future politiche migratorie, ma anche il rapporto tra poteri dello Stato. Con questa decisione, la Corte suprema ha infatti ridisegnato i confini tra esecutivo e giudiziario, limitando – secondo alcuni osservatori – gli strumenti a disposizione dei tribunali per opporsi alle scelte presidenziali. Resta da vedere come si adatteranno le corti inferiori, le quali, pur con minore autonomia, continueranno a giocare un ruolo cruciale nell’interpretazione delle leggi.

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