La doppia verità della cassiera della Coin di Termini: "Ho fatto solo leggerezze, non sono una ladra"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma, Angelo Giannetti, la donna che per oltre vent’anni ha lavorato alle casse del punto vendita Coin all’interno della stazione Termini ha scelto la via delle dichiarazioni spontanee, cercando di restituire una narrazione diversa dei fatti contestati dalla Procura. La cassiera, finita al centro di un’inchiesta che vede indagate complessivamente quarantaquattro persone, di cui ventuno appartenenti alle forze dell’ordine tra carabinieri e poliziotti, ha tentato di ridimensionare la propria posizione processuale quando, venerdì 27 febbraio, si è presentata in aula insieme ad altri tre colleghi per l’interrogatorio preventivo richiesto dal pm Stefano Opilio. "Ho commesso alcune leggerezze ma non sono una ladra", avrebbe affermato nel corso dell'udienza, "praticavamo solo sconti particolari agli appartenenti alle forze dell’ordine".

L’interrogatorio, che rappresentava un passaggio cruciale prima che il giudice si esprimesse sulla richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Procura, ha visto i quattro dipendenti avvalersi della facoltà di non rispondere pur rilasciando dichiarazioni spontanee, con il Gip che si è riservato di decidere entro i successivi cinque giorni. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, le indagini avrebbero preso le mosse da una denuncia presentata dal direttore dello store, il quale aveva riscontrato ammanchi particolarmente significativi negli incassi: una situazione che aveva portato l’azienda a incaricare un’agenzia investigativa privata per svolgere verifiche interne, dalle quali sarebbero emersi comportamenti anomali riconducibili proprio alla cassiera.

Il meccanismo contestato, che emerge dagli atti dell’inchiesta coordinata anche dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo, sarebbe stato caratterizzato da sistematicità e continuità nel corso del 2024: la donna, secondo l’accusa, rimuoveva le placche antitaccheggio da capi d’abbigliamento e altri articoli, preparava la merce come se fosse già stata acquistata e la consegnava agli appartenenti alle forze dell’ordine che, in cambio, corrispondevano somme irrisorie o talvolta non pagavano affatto. Le immagini dei sistemi di videosorveglianza, acquisite e messe a disposizione del pm, mostrerebbero alcuni militari mentre si allontanano dal negozio con pacchi di merce senza corrispondere denaro, in un episodio risalente allo scorso ottobre, e in un altro caso, datato 26 dicembre, un carabiniere sarebbe uscito con sette capi d’abbigliamento e una borsa Guess lasciando alla cassiera soltanto cinquanta euro.

Il valore degli ammanchi e le contestazioni specifiche

I numeri dell’inchiesta delineano un quadro economicamente rilevante: l’inventario effettuato a febbraio del 2024 aveva fatto emergere un buco di circa centottantamila euro, una perdita che, secondo le verifiche interne, corrispondeva a una percentuale di merce sparita pari al 10,8 per cento, contro una media fisiologica che negli altri punti vendita della catena si attesta tra il due e il tre per cento. I capi d’imputazione contestano complessivamente ottanta episodi di furto relativi a tre mesi di attività, con i ventuno membri delle forze dell’ordine che avrebbero beneficiato del trattamento privilegiato per appropriarsi di giacche, piumini, capi di intimo, profumi e cosmetici. Gli inquirenti ipotizzano che la cassiera, per mascherare le operazioni, battesse alla cassa soltanto una parte degli articoli, modificasse i prezzi, riutilizzasse vecchi scontrini o simulasse pagamenti elettronici mai avvenuti, accettando talvolta contanti senza registrarli e ricevendo in cambio piccoli omaggi, persino generi alimentari.

La posizione difensiva e la versione dei fatti

La strategia difensiva della donna, assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, si è quindi incentrata sulla distinzione tra la propria condotta e gli ammanchi complessivi contestati: "Ho commesso degli errori ma non per quegli ammanchi che vengono ipotizzati", avrebbe sostanzialmente affermato, aggiungendo che "in molti casi mi limitavo a fornire la mia tessera sconti". Una versione che tenta di ricondurre le operazioni contestate alla mera applicazione di sconti riservati alle forze dell’ordine, pratica che, secondo la Procura, avrebbe invece configurato veri e propri furti aggravati in concorso, considerato che le transazioni, spesso di poche decine di euro, non finivano nel registratore di cassa e che la merce veniva comunque asportata dopo la rimozione dei dispositivi antitaccheggio. Per la cassiera, che un anno fa era stata licenziata a seguito degli accertamenti interni, e per gli altri tre dipendenti comparsi in udienza, il pm aveva chiesto la misura cautelare in carcere, mentre per i militari e gli agenti coinvolti, tutti denunciati a piede libero, l’ipotesi di reato è quella di concorso in furto aggravato con la contestazione, per ciascuno, di uno o due episodi specifici.

Le indagini e il ruolo delle forze dell’ordine coinvolte

Le indagini, condotte dai carabinieri del nucleo operativo, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di una rosa di appartenenti alle forze dell’ordine in cui figurano, stando a quanto ricostruito, nove poliziotti tra i quali una dirigente della Polfer Lazio, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente della Polfer di Termini, oltre a dodici carabinieri tra i quali un brigadiere, diversi vice brigadieri e un paio di appuntati scelti, tutti in servizio presso lo scalo ferroviario. Gli inquirenti hanno sottolineato come, nonostante la loro presenza costante all’interno della stazione, nessuno di loro abbia mai segnalato anomalie o effettuato accertamenti su quanto accadeva nel negozio, e nei telefoni della cassiera sarebbero state trovate diverse chat WhatsApp con alcuni militari e agenti, il cui contenuto, al momento non reso noto, rivelerebbe comunque l’esistenza di rapporti amichevoli.

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