Furti alla Coin di Termini, indagati 21 tra poliziotti e carabinieri. La cassiera al centro del sistema: “Prendeva ordini e rimuoveva le placche”
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Redazione Interno
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La Procura di Roma, con il coordinamento del pubblico ministero Stefano Opilio e dell’aggiunto Giovanni Conzo, ha chiuso il cerchio su un’inchiesta che getta un’ombra lunga sulla legalità all’interno della stazione Termini. Sono quarantaquattro le persone iscritte nel registro degli indagati a vario Titolo per furto aggravato e concorso in furto, tutte legate a doppio filo al punto vendita Coin di via Giolitti, lo store interno allo scalo ferroviario che da mesi, prima di abbassare definitivamente la saracinesca, registrava ammanchi ben oltre la soglia di guardia. Tra questi, ventuno sono appartenenti alle forze dell’ordine: una presenza, quella di agenti della Polfer e carabinieri di stanza proprio a Termini, che avrebbe dovuto garantire sicurezza e invece, secondo l’ipotesi accusatoria, si sarebbe trasformata in un lasciapassare per veri e propri saccheggi.
Il meccanismo delle piccole sottrazioni quotidiane e il buco da 184mila euro
A far scattare le indagini, condotte dal nucleo operativo dei carabinieri, è stato un inventario straordinario nel febbraio del 2024, che aveva messo in luce una voragine nei conti per circa 184mila euro. Una cifra che, rapportata al fatturato, rappresentava una percentuale di merce sparita vicina al dieci per cento, quattro volte tanto quel due o tre fisiologico che ogni grande magazzino mette in conto per taccheggi occasionali. I titolari della Coin, insospettiti da quel dato anomalo, avevano quindi incaricato una società investigativa privata di installare telecamere aggiuntive, e fu così che le lenti iniziarono a inquadrare scene che nulla avevano a che fare con il classico scippo di un cliente frettoloso. Le immagini, acquisite poi dagli inquirenti nel corso del 2025, mostravano un copione preciso e ripetuto: alcuni membri delle forze dell’ordine in servizio passeggiavano tra gli scaffali, sceglievano con calma capi d’abbigliamento – cappotti, felpe, borse, intimo firmato, persino confezioni di slip e flaconi di profumo – e si dirigevano poi verso una specifica cassa, la numero cinque del reparto uomo, gestita da Sabrina Morani, una cassiera di quarant’anni ritenuta dagli investigatori il vero motore dell’intero ingranaggio.
I favori della cassiera e i pagamenti simbolici per i militari
La donna, stando a quanto ricostruito, avrebbe messo da parte la merce richiesta in un armadio vicino alla sua postazione, rimuovendo con cura le placche antitaccheggio e tagliando le etichette. Quando il militare o l’agente si ripresentava, la scena era quasi sempre la stessa: la cassiera infilava i capi in una busta con il marchio del negozio e li porgeva oltre il bancone, a volte simulando un pagamento elettronivo con il telefono o con la carta – gesti che non lasciavano traccia nei registratori di cassa – altre volte intascando direttamente poche banconote, magari cinquanta euro per un pacchetto che ne valeva alcune centinaia, come nel caso di un carabiniere che il 26 dicembre 2024 si era allontanato con sette capi e una borsa Guess. In altre circostanze, per rendere ancora più verosimile l’operazione agli occhi di eventuali controlli, si stampava un vecchio scontrino di cortesia, risalente magari a una vendita precedente, e lo si infilava nella busta per simulare un acquisto regolare. In totale, gli episodi contestati agli uomini in divisa sono circa quarantacinque, avvenuti tutti in un arco di tempo relativamente ristretto tra la fine del 2023 e l’autunno del 2024.
I ruoli e i gradi tra i poliziotti e i carabinieri indagati
La lista degli indagati in divisa, come riportano gli atti depositati, comprende nove poliziotti – tra i quali spiccano un primo dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente e un sovrintendente capo – e dodici carabinieri, tutti in servizio presso lo scalo, con i gradi che vanno da brigadiere a vice brigadiere fino ad appuntati scelti. Subito dopo la notifica degli avvisi di garanzia, che per molti è arrivata come un fulmine a ciel sereno, è scattato il trasferimento immediato in altre sedi, un provvedimento cautelare di carattere disciplinare deciso dai rispettivi comandi. La difesa, nelle persone di legali come l’avvocato Andrea Falcetta che assiste otto dei carabinieri coinvolti, ha subito cercato di ridimensionare la portata delle accuse, sottolineando come gli stessi militari, nel corso dell’ultimo anno, avessero effettuato decine di arresti in flagranza e recuperato merce rubata per migliaia di euro durante servizi antitaccheggio in borghese, quasi a voler tracciare una linea di demarcazione tra l’attività istituzionale e quei presunti gesti personali che ora vengono loro contestati.
I messaggi in chat e gli altri negozianti coinvolti nel sistema
Oltre agli uomini dell’Arma e della Polfer, nel registro degli indagati figurano altri venti dipendenti di esercizi commerciali limitrofi all’interno della stazione, tutti sorpresi – sempre grazie ai filmati – a usufruire dello stesso trattamento di favore: si presentavano alla cassa di Morani, ricevevano merce imbustata senza passare dal pagamento, o magari lasciavano un obolo irrisorio. Gli inquirenti hanno inoltre acquisito e analizzato il telefono della cassiera, scoprendo diverse conversazioni tramite WhatsApp con alcuni degli agenti e militari; il contenuto specifico dei messaggi non è stato reso noto, ma secondo quanto trapela dagli atti proverebbe l’esistenza di rapporti amichevoli e confidenziali, ben al di là del semplice rapporto cliente-commessa. Per la Morani, difesa dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, la Procura ha formalizzato una richiesta di arresto, insieme ad altri tre cassieri che avrebbero in qualche modo collaborato alla preparazione della merce; la decisione sul provvedimento cautelare è attesa per venerdì 27 febbraio, dopo l’interrogatorio di garanzia della donna. Il negozio, nel frattempo, ha chiuso i battenti da qualche mese, e l’inchiesta continua a scandagliare le responsabilità di tutti coloro che, in divisa e non, avrebbero contribuito a quel buco da quasi duecentomila euro.




