Furti alla Coin di Roma Termini, le chat tra la cassiera e gli agenti: "Hai un profumo per me?"
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Redazione Interno
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Il tono confidenziale degli scambi, un “amore mio” e un “ci penso io” che tradiscono un’abitudine consolidata, è uno degli elementi al centro dell’inchiesta della Procura di Roma che ha portato alla luce un presunto sistema di furti sistematici ai danni dello store Coin della stazione Termini. Sono quarantaquattro le persone iscritte nel registro degli indagati a vario Titolo per concorso in furto aggravato, e tra queste spiccano ventuno appartenenti alle forze dell’ordine: nove agenti di polizia, tra cui un dirigente della Polfer e due commissari, e dodici carabinieri in servizio presso lo scalo ferroviario -4-7. Al cuore dell’ingranaggio, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato dagli organi di stampa, ci sarebbe una cassiera di quarant’anni per la quale è stata chiesta una misura cautelare in carcere, in attesa dell’interrogatorio di garanzia fissato per venerdì -2-5. Le immagini dei sistemi di videosorveglianza interna, installati proprio dopo la scoperta di un ammanco da 184mila euro nell’inventario del 2023, avrebbero immortalato decine di episodi in cui la merce – capi d’abbigliamento, borse, profumi e cosmetici – usciva dal punto vendita senza un corrispettivo pagamento, o dopo il versamento di cifre irrisorie in contanti che, invece di finire in cassa, si sarebbe intascati la dipendente infedele -1-10.
La rete di favori e i messaggi nei telefoni: “È la cassiera che rubava”
A incastrare gli indagati, oltre ai filmati, sarebbero soprattutto i dialoghi intercettati e le conversazioni estratte dalle copie forensi dei telefoni cellulari. In un messaggio riportato dalla ricostruzione giornalistica, un poliziotto si rivolge alla commessa con una familiarità che lascia poco spazio all’interpretazione: “Eh ce l'hai un profumo per me… per me personale però” -1. La replica della donna, “Amore mio non ci sono… in settimana ti penso”, delinea un rapporto di consuetudine, lontano dalla semplice dinamica commerciale tra cliente e commesso -1. Non solo richieste dirette, ma anche veri e propri avvisi per eludere i controlli, come quando un’altra dipendente, dopo la sospensione della cassiera, avverte un agente con un messaggio vocale: “Tieniti questa informazione molto riservata… ci stanno a lavorà sopra” -1. Il militare, lungi dal prendere le distanze, si offre di intervenire: “Se hai bisogno di un aiuto… so io che cosa proporgli” -1. La strategia difensiva degli agenti e dei carabinieri coinvolti, seguiti da legali come l’avvocato Andrea Falcetta, punta a spostare la responsabilità sulla dipendente, descrivendola come l’unica mente del sistema: “È una cassiera che rubava, loro hanno sempre pagato, c'erano gli sconti”, è il refrain riportato da alcuni organi di informazione -1-6. La tesi, insomma, è che i clienti in divisa fossero in buona fede, convinti di usufruire semplicemente di sconti maggiorati, ignari che quei pochi euro versati non venivano registrati.
Il meccanismo collaudato della cassa numero cinque
La dinamica degli eventi, così come contestata dal pm Stefano Opilio, sembrerebbe tuttavia raccontare una storia diversa, fatta di modalità operative ripetute e collaudate nel tempo -3-9. Al centro della ragnatela vi era la cassa numero cinque del reparto uomo. Qui, secondo gli atti dell’inchiesta, la cassiera avrebbe messo da parte la merce precedentemente selezionata e richiesta, nascondendola in un armadio vicino alla sua postazione per poi rimuovere le placche antitaccheggio e tagliare i cartellini -4. A quel punto, all’arrivo del cliente, invece di registrare regolarmente i capi, la donna avrebbe messo in atto uno degli stratagemmi che le telecamere hanno ripreso: battere solo una parte minima degli articoli, simulare un pagamento con bancomat senza che alcuna transazione avvenga realmente, o stampare un cosiddetto “scontrino di cortesia” – relativo a un acquisto precedente – da infilare nella borsa della spesa per simulare una compravendita lecita -5-9. I contanti, quando versati, finivano direttamente nelle tasche della cassiera, come nel caso di un carabiniere che, il 26 dicembre 2024, sarebbe uscito dal negozio con sette capi d’abbigliamento e una borsa Guess lasciando alla donna un compenso di appena cinquanta euro per l’intero pacchetto -2. Una prassi, questa, che si ripeteva con cadenza quasi quotidiana, tanto che alla sola cassiera vengono contestati circa ottanta episodi di furto -1-9.
L’entità del bottino e i provvedimenti disciplinari
L’anomalia era emersa inizialmente dai bilanci: a fronte di una media fisiologica di merce sparita che si attesta tra il due e il tre per cento del fatturato annuo, la percentuale di ammanco nel punto vendita di via Giolitti aveva raggiunto la cifra abnorme del 10,8 per cento, per un valore complessivo di 184mila euro, una voragine che ha spinto la proprietà a incaricare una società investigativa privata per fare luce -3-4. Il quadro che ne è emerso, corroborato dall’installazione di telecamere nascoste e dall’analisi della documentazione contabile, ha portato gli inquirenti a parlare di un “sistematico ricorso a mezzi fraudolenti per eludere ogni forma di vigilanza” e di un sistema “frutto di una minuziosa attività di ideazione e programmazione” -1. Nel frattempo, sul piano disciplinare, i dodici carabinieri indagati sono stati trasferiti in altre sedi in via cautelare, in attesa che l’inchiesta faccia chiarezza sulla loro posizione, mentre l’interrogatorio della cassiera, previsto per venerdì davanti al giudice per le indagini preliminari, sarà cruciale per decidere se convalidare o meno la richiesta di custodia in carcere avanzata dalla Procura -6-9.




