Furti alla Coin di Roma Termini, le chat e i filmati al centro dell’inchiesta che coinvolge ventuno tra poliziotti e carabinieri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’indagine coordinata dal pubblico ministero Stefano Opilio e condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri ha portato alla luce un sistema di sottrazioni sistematiche ai danni del punto vendita Coin situato all’interno della stazione Termini, con un meccanismo che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbe andato avanti per mesi senza mai destare sospetti, complice la posizione di chi quelle ruberie le agevolava e di chi, indossando una divisa, avrebbe dovuto semmai prevenirle -3. Al centro della rete, per la Procura, ci sarebbe una cassiera di quarant’anni per la quale è stata chiesta la custodia cautelare in carcere, e che venerdì ventisette febbraio verrà ascoltata dal giudice per le indagini preliminari, assistita dai propri difensori, nel corso dell’interrogatorio di garanzia che potrebbe decidere le sue sorti processuali -2.

I toni confidenziali e le richieste nelle chat sequestrate

Elemento cruciale dell’impianto accusatorio, come riportato dalla stampa, sarebbero i dialoghi estratti dai dispositivi mobili della dipendente, conversazioni dalle quali emergerebbe un rapporto di familiarità tale da consentire richieste dirette e senza filtri da parte degli appartenenti alle forze dell’ordine poi finiti nel registro degli indagati -1. In uno di questi scambi, un poliziotto si rivolge alla donna con un confidenziale “amore” per chiederle se abbia messo da parte un profumo per lui, e la risposta della cassiera, altrettanto amichevole, lo rassicura promettendogli che ci avrebbe pensato nel corso della settimana, un dialogo che stride apertamente con il decoro e la distanza che ci si aspetterebbe in un rapporto tra un pubblico ufficiale in servizio e una commerciante -1. In un altro messaggio, una dipendente avvisa un agente che le indagini interne stavano partendo, raccomandandogli la massima riservatezza e aggiungendo che “si fa dappertutto, solo che qui si è esagerato”, quasi a voler normalizzare una pratica che, nei termini in cui era stata portata avanti, aveva ormai superato ogni limite -1.

Il meccanismo delle sottrazioni e la difesa degli agenti

La dinamica dei furti, ricostruita anche grazie alle immagini della videosorveglianza fatta installare dalla stessa azienda dopo aver rilevato un ammanco da centottantaquattromila euro, pari a oltre il dieci per cento del fatturato – una percentuale ben superiore alla media fisiologica del settore – vedeva la cassiera selezionare e nascondere la merce, rimuovere le placche antitaccheggio e consegnare i pacchi ai militari o agli agenti che si presentavano alla sua cassa, spesso senza che alcun pagamento venisse effettuato -3-6. In altre circostanze, per aggirare i controlli, veniva battuto uno scontrino di cortesia relativo a una transazione precedente, oppure si simulava un pagamento con bancomat, mentre il denaro contante, quando versato, finiva direttamente nelle tasche della commessa e non nel registratore di cassa, come dimostrerebbero i novanta episodi contestati in soli quattro mesi -5-8. La linea difensiva degli avvocati degli agenti, tra i quali il legale Andrea Falcetta che rappresenta alcuni dei carabinieri indagati, punta a ridimensionare la portata degli eventi, sostenendo che i loro assistiti avrebbero sempre corrisposto una somma, seppur ridotta, convinti di usufruire di legittimi sconti praticati dalla commessa, e che in ogni caso il valore dei singoli episodi loro contestati si aggirerebbe su poche decine di euro, nulla a che vedere con il buco complessivo di circa trecentomila euro accumulato dal negozio -5-10.

Il ruolo della cassiera e le accuse di concorso in furto aggravato

Per i magistrati, tuttavia, la responsabilità della dipendente non esclude affatto quella degli uomini in divisa, ai quali viene contestato il concorso in furto aggravato anche per l’aggravante di aver abusato della relazione d’ufficio, dal momento che la loro presenza costante in stazione e la frequentazione del negozio avrebbero dovuto portarli a segnalare le anomalie, non certo a beneficiarne -4. Tra i ventuno indagati appartenenti alle forze dell’ordine, nove sono poliziotti – tra i quali un dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore e diversi sovrintendenti – e dodici sono carabinieri in servizio presso lo scalo, molti dei quali già trasferiti ad altra sede in attesa che la posizione venga chiarita -6-7. I capi di imputazione parlano di un sistema collaudato e reiterato, con richieste che andavano da capi di abbigliamento firmati a profumi e accessori, e con consegne che avvenivano talvolta all’esterno del punto vendita, come documentato dalle telecamere che hanno ripreso un carabiniere mentre si allontanava con un maglione, un cappotto e una pashmina senza corrispondere alcun denaro -2.

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