Furti alla Coin di Roma Termini, la cassiera verso l’interrogatorio mentre emergono i dettagli del sistema

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarà il giudice per le indagini preliminari, venerdì prossimo, a decidere sulla richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Procura di Roma nei confronti della cassiera quarantenne ritenuta il perno dell’ingranaggio dei furti allo store Coin della stazione Termini. La donna, assistita dal legale Carlo Testa Piccolomini, verrà ascoltata in un interrogatorio che si preannuncia cruciale per delineare contorni e responsabilità di una vicenda che ha visto finire nel registro degli indagati quarantaquattro persone, ventuno delle quali in divisa. L’ipotesi accusatoria, coordinata dal pubblico ministero Stefano Opilio e dall’aggiunto Giovanni Conzo, parla di un sistema di sottrazioni continuato e aggravato, un meccanismo che, secondo gli inquirenti, avrebbe permesso a carabinieri e poliziotti in servizio presso lo scalo di appropriarsi di capi d’abbigliamento, profumi e accessori -3-7.

Il meccanismo della cassa numero cinque

Le indagini, avviate a seguito di un ammanco di centottantaquattromila euro emerso dall’inventario del febbraio 2024, hanno portato gli investigatori a concentrarsi sulle dinamiche interne al punto vendita di via Giolitti. Una percentuale di merce sparita pari al dieci per cento del fatturato, ben oltre la media fisiologica del due o tre per cento, aveva insospettito la dirigenza, che decise di affidarsi a un’agenzia investigativa privata. Le telecamere nascoste e le successive analisi dei dispositivi elettronici hanno disegnato il profilo di una consuetudine consolidata, incentrata sulla figura della cassiera e sulla sua postazione, la numero cinque del reparto uomo. La donna, come ricostruito, avrebbe selezionato e nascosto la merce in un armadio vicino, rimuovendo le placche antitaccheggio e preparando le buste in attesa del passaggio dei clienti speciali -1-7.

Quando un carabiniere o un agente della Polfer si presentava, talvolta dopo aver espresso i propri desiderata tramite messaggi WhatsApp dal tono confidenziale — «Eh ce l’hai un profumo per me… per me personale però», scriveva un poliziotto, ottenendo in risposta un «Amore mio non ci sono… in settimana ti penso» —, scattava la messa in scena dell’acquisto. Si scannerizzava solo una parte degli articoli, si modificavano i prezzi inserendo importi irrisori a mano, o si stampava un vecchio scontrino di cortesia da infilare nella busta per simulare una transazione regolare. In alcuni casi, come documentato dalle immagini, la merce veniva semplicemente consegnata senza alcun corrispettivo, nemmeno simbolico; in altri, il militare lasciava alla cassiera qualche banconota, come nei festeggiamenti del ventisei dicembre, quando un carabiniere portò via sette capi e una borsa Guess lasciando cinquanta euro -2-3-10.

Duplice ruolo e omissioni

La posizione degli appartenenti alle forze dell’ordine, tra cui figurano un primo dirigente della Polfer, commissari, ispettori, sovrintendenti, un brigadiere e diversi vicebrigadieri e appuntati scelti, si fonda su un duplice profilo di responsabilità. Da un lato, la partecipazione attiva alle sottrazioni, con circa novanta episodi contestati in pochi mesi; dall’altro, l’accusa di aver chiuso un occhio su quanto accadeva, nonostante la loro presenza quotidiana all’interno della stazione. La loro qualità di pubblici ufficiali, secondo la Procura, avrebbe imposto non solo di astenersi dal rubare, ma anche di vigilare affinché altri non lo facessero, tanto più che il sistema coinvolgeva anche cassieri e dipendenti di altri negozi dello scalo, i quali beneficiavano degli stessi favori acquistando merce a prezzi stracciati e pagandola in contanti direttamente alla donna, che intascava il denaro senza registrarlo -3-5-7.

A seguito della notifica degli avvisi di garanzia, i nove poliziotti e i dodici carabinieri coinvolti sono stati trasferiti in altre sedi, un provvedimento cautelare di natura amministrativa adottato dall’amministrazione. Le loro difese, intanto, hanno cominciato a delineare la strategia processuale. L’avvocato Andrea Falcetta, che assiste otto dei militari dell’Arma, ha respinto con decisione quella che definisce una campagna di stampa volta a marchiarli come ladri, ricordando come i suoi assistiti, nell’ultimo anno, abbiano effettuato decine di arresti in flagranza e recuperato merce rubata per migliaia di euro. Gli episodi contestati, ha aggiunto il legale, riguarderebbero beni di valore modesto, poche decine di euro, e non il giro di affari di centinaia di migliaia di euro che emerge dall’inchiesta complessiva, annunciando che si dimostrerà l’insussistenza delle accuse -4-8-10.

Le carte e i messaggi

A sostenere l’impianto accusatorio non ci sono soltanto i filmati delle telecamere, che mostrano con chiarezza la dinamica degli scambi, ma anche il contenuto delle chat estratte dai telefoni sequestrati. Conversazioni che, al di là del tenore amichevole e confidenziale tra la cassiera e gli uomini in divisa — si passa dal «Amore mio» a «ci penso io» —, confermerebbero la sistematicità del rapporto e la piena consapevolezza, da entrambe le parti, dell’illiceità della condotta. La donna, secondo gli inquirenti, non agiva per mera simpatia, ma traeva vantaggi concreti dalla sua posizione: i regali, i favori, forse anche la protezione implicita che una divisa poteva garantirle nell’esercizio della sua attività -3-5.

L’interrogatorio di venerdì, davanti al giudice, rappresenta il primo banco di prova processuale per la cassiera, sulla quale grava la richiesta di misura cautelare più pesante. Toccherà a lei, nel confronto con il magistrato, fornire la propria versione dei fatti, spiegare il senso di quei messaggi e il motivo di quelle consegne, gettando luce su un sistema che, per mesi, ha trasformato la stazione Termini da luogo di transito e controllo a teatro di un’insolita spartizione.

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