Giornalista licenziato da Nova dopo una domanda su Israele e Gaza
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Redazione Esteri
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Gabriele Nunziati, un giornalista che collaborava con l’agenzia di stampa Nova, si è visto recapitare, a distanza di due settimane, una comunicazione che poneva fine al suo rapporto di lavoro. L’episodio, che ha immediatamente sollevato un vivace dibattito, affonda le proprie radici in una conferenza stampa tenutasi a Bruxelles, durante la quale Nunziati ha rivolto un interrogativo alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho. "Se la Russia dovrà pagare per la ricostruzione dell'Ucraina", ha chiesto il giornalista, "lei crede che anche Israele dovrà farlo per Gaza?". Una domanda, questa, che non è stata apprezzata dai vertici dell’agenzia per cui lavorava, i quali hanno quindi deciso di interrompere la collaborazione, facendo riferimento esplicitamente a quel preciso evento.
La reazione dell'Ordine e il clima di polemica
La notizia del licenziamento ha rapidamente varcato la cerchia professionale, attirando l’attenzione del Consiglio dell’ordine dei giornalisti, il quale è intervenuto pubblicamente per chiedere il reintegro del collega, sottolineando come la libertà di porre quesiti, anche scomodi, costituisca un pilastro irrinunciabile della professione. Da più parti, infatti, si è levata una pioggia di reazioni, per lo più critiche verso la scelta adottata da Nova, accusata di aver sanzionato un giornalista per il semplice fatto di aver svolto il proprio dovere. La stessa Commissione europea, dal canto suo, attraverso i suoi portavoce, ha dichiarato di essere sempre pronta a rispondere alle sollecitazioni che provengono dalla stampa, senza però entrare nel merito delle decisioni interne all’agenzia.
Le diverse versioni dei fatti
Mentre la versione del giornalista appare chiara e legata esclusivamente all’episodio della conferenza stampa, l’agenzia Nova ha fornito una propria lettura dei fatti, che però non ha convinto molti osservatori. Sebbene le motivazioni ufficiali non siano state discusse pubblicamente in ogni dettaglio, è emerso con evidenza come la domanda su Israele e sul possibile paragone con la situazione russo-ucraina abbia giocato un ruolo decisivo nell’azzeramento del rapporto, lasciando intendere che certe topiche, per la loro delicatezza, possano generare conseguenze inaspettate per chi le solleva. Alcuni, tra coloro che seguono la vicenda, ritengono che si tratti di un caso emblematico delle pressioni che gravano sul mondo dell’informazione.
Il dibattito sulla libertà di stampa
L’accaduto ha riacceso il dibattito sui limiti, non sempre espliciti, entro i quali un giornalista può muoversi, specialmente quando tocca questioni di politica internazionale particolarmente sensibili. Porre una domanda, che pure si inseriva in un contesto istituzionale e pubblico come quello di un briefing europeo, è stato considerato un motivo sufficiente per la risoluzione di un contratto, un fatto che ha spinto molti a interrogarsi sull’autonomia reale di cui godono i cronisti. La vicenda di Nunziati, al di là delle singole posizioni, mostra come il confine tra l’esercizio legittimo della professione e le sensibilità editoriali possa a volte rivelarsi labile e conflittuale, con esiti che raramente favoriscono il giornalista.




