Milano Certosa, la guerra tra pandillas e l’ombra dello scambio di persona nell’omicidio Silvera

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Erano da poco passate le ventuno quando, nella stazione di Milano Certosa, due fazioni giovanili di origine sudamericana si sono fronteggiate sul primo binario, dando vita a una rissa poi sfociata in una fuga disordinata in diverse direzioni. Quelle stesse immagini, trasmesse dal Tg1 e custodite ora negli atti della Procura, risalgono al pomeriggio del 26 maggio, poche ore prima che la violenza assumesse i contorni di una tragedia consumata: l’agguato mortale che è costato la vita a Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne ucciso a coltellate.

Non si trattava di un episodio isolato, bensì del preludio a un agguato dalle dinamiche ancora tutte da chiarire; gli inquirenti, in particolare, stanno vagliando l’ipotesi che l’omicidio di Silvera possa essere stato, in realtà, uno scambio di persona, un equivoco fatale maturato nell’escalation di tensione tra bande rivali da tempo presenti sul territorio.

La dinamica dell’agguato e la ferocia documentata dai filmati

Le telecamere di sorveglianza dello scalo ferroviario, quelle stesse che avevano immortalato i primi scontri, hanno poi svelato la brutale sequenza dell’omicidio, restituendo un quadro di violenza che gli stessi investigatori hanno faticato a ricomporre. La vittima, secondo i documenti depositati dal tribunale e citati in diverse ricostruzioni, è stata prima accerchiata sul secondo binario, ridotta inerme da calci e pugni, per poi essere finita con un’esplosione di violenza in cui sono state utilizzate bottiglie infrante e almeno un’arma da taglio.

Un aspetto che ha colpito particolarmente chi ha visionato i filmati è l’assenza di qualsiasi freno negli aggressori, i quali – come riportato dalle cronache – hanno agito con un totale e agghiacciante disprezzo per la vita della vittima. La corsa in ospedale, al Fatebenefratelli, non è servita a salvare Silvera, morto poco dopo il ricovero a causa delle ferite riportate, tra cui una profonda lesione all’arteria femorale che ha reso vano ogni tentativo di rianimazione.

Le indagini, il fermo del 19enne e la versione del giovane Latin King

Nel giro di pochi giorni la Squadra Mobile è risalita a un gruppo di otto giovani, tutti di origine sudamericana, sottoponendoli a perquisizione tra Milano e l’hinterland; al termine di queste operazioni, gli inquirenti hanno proceduto al fermo di un diciannovenne di origine peruviana, ritenuto – secondo l’accusa – uno dei protagonisti materiali dell’accoltellamento.

Davanti alla giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla, il giovane ha avuto modo di rendere il proprio interrogatorio di convalida, nel corso del quale ha ammesso senza esitazione la propria affiliazione: "Sono un Latin King, non lo nego". Ha però respinto con decisione l’accusa di essere stato l’esecutore materiale del delitto, sostenendo di essere arrivato sui binari solo a cose fatte, quando l’azione violenta – a suo dire – si era già conclusa.

Secondo la versione fornita dal suo legale, l’avvocato Stefano Afrune, il giovane avrebbe perso gli occhiali da vista nel parapiglia generale, un dettaglio che se verificato potrebbe provare la sua distanza fisica dal momento dell’omicidio.

La pista dello scambio di persona e la guerriglia tra bande

La giudice, tuttavia, ha ritenuto "non credibile" la ricostruzione del diciannovenne, convalidandone il fermo e disponendo la custodia cautelare in carcere; una decisione motivata dal rischio di fuga, dalla possibilità di reiterazione del reato e, soprattutto, dal pericolo di inquinamento delle prove. A pesare sulla scelta della magistratura sono state le dichiarazioni del fratello della vittima, testimone oculare dell’aggressione, il quale avrebbe riconosciuto il fermato tra gli autori delle coltellate letali.

Emerge però un elemento che complica il quadro delineato dall’accusa: la difesa insiste sulla tesi di una guerra tra pandillas in atto quella sera, con due fazioni – i Latin Kings da una parte e la Mara Salvatrucha (MS-13) dall’altra – che si sarebbero date battaglia.

In questa prospettiva, Gianluca Ibarra Silvera, incensurato e senza alcun legame con la criminalità secondo la famiglia, sarebbe finito suo malgrado in mezzo a una resa dei conti; non è escluso, ed è questa l’ipotesi che la Procura sta verificando con maggiore attenzione, che i suoi aggressori lo abbiano scambiato per un appartenente della gang rivale, innescando una reazione sproporzionata che nulla aveva a che fare con la sua reale identità.

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