Big Tech e investimenti IA, l’allarme della Bce: “L’enorme debito può far salire i costi per tutti”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La corsa all’intelligenza artificiale, e in particolare la costruzione di data center sempre più grandi ed energivori, sta trasformando i giganti tecnologici americani in grandi emittenti di obbligazioni in euro, un fenomeno che potrebbe avere conseguenze significative per l'intero sistema del credito europeo. A lanciare l'allarme è un'analisi pubblicata sul blog ufficiale della Banca Centrale Europea, intitolata “Big tech, big debt: when US tech giants tap the euro area bond market”, che mette in guardia sui possibili effetti di questa enorme ondata di indebitamento.

La valanga di debito dei colossi tecnologici

La spinta agli investimenti nell'AI, con piani che secondo le stime degli stessi economisti della Bce richiederanno oltre mille miliardi di dollari entro il 2028, ha spinto aziende come Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle a cercare capitali ben oltre i loro flussi di cassa interni. Per farlo, si stanno rivolgendo in modo crescente al mercato obbligazionario in euro. Un tempo le emissioni di questi cosiddetti “hyperscaler” erano un fenomeno marginale, ma oggi la moneta unica rappresenta quasi il dieci per cento del loro debito obbligazionario in circolazione.

L'impatto sul mercato europeo è già evidente: i cinque grandi colossi americani detengono ora circa quaranta miliardi di euro in obbligazioni, che rappresentano poco più dell'uno per cento degli indici benchmark del credito investment grade in euro. Tuttavia, è la loro quota sulle nuove emissioni a preoccupare, avendo raggiunto quasi il dieci per cento del volume lordo di obbligazioni societarie in euro emesse da società non finanziarie. Amazon, in particolare, ha fatto da apripista quest'anno con un'operazione da 14,5 miliardi di euro che ha stabilito un record storico per il mercato.

Il rischio concreto per aziende e Stati europei

Il cuore dell'avvertimento della Bce riguarda il cosiddetto “effetto spiazzamento” o crowding out. Gli investitori, da fondi pensione a compagnie assicurative, dispongono di una capacità di bilancio limitata e di tetti massimi di portafoglio. Per assorbire le massicce emissioni di debito dei colossi tecnologici, potrebbero essere costretti a ridurre le loro posizioni in altri titoli, ad esempio quelli emessi da imprese europee di altri settori o persino da Stati sovrani.

Questo meccanismo, come spiegano gli economisti della Bce, rischierebbe di far salire i costi di finanziamento per tutti, rendendo più difficile e oneroso l'accesso al credito per aziende non tecnologiche e per i governi europei. L'analisi sottolinea che, sebbene per ora il mercato europeo abbia dimostrato capacità di assorbimento e non si osservino ancora ricadute significative, la situazione potrebbe cambiare rapidamente.

L'enorme mole di investimenti previsti per il prossimo futuro rende questo scenario non solo possibile, ma concreto, con potenziali ripercussioni anche sul segmento del debito sovrano e sovranazionale.

Un mercato del credito europeo in evoluzione

Nonostante i rischi, gli economisti della Bce riconoscono che l'ingresso delle Big Tech nel mercato obbligazionario in euro ha anche aspetti positivi. Questi giganti stanno contribuendo ad ampliare la portata e la profondità del mercato del credito europeo, tradizionalmente dominato dal sistema bancario. Le loro emissioni introducono scadenze più lunghe, una maggiore esposizione al settore tecnologico e, soprattutto, titoli di debito con rating più elevati, spesso AA- o superiori, rispetto alla media degli emittenti europei (che si colloca tra A e BBB).

Questo flusso di capitali dimostra che il mercato dell'eurozona è in grado di assorbire autonomamente operazioni di dimensioni molto elevate. Tuttavia, proprio la solidità di questi bilanci e l'attrattiva dei loro titoli potrebbero accelerare il processo di riallocazione dei capitali da parte degli investitori, aumentando la concentrazione del rischio verso un singolo settore e verso l'economia statunitense, replicando quanto già osservato nei mercati azionari dove questi attori sono diventati dominanti.

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