Trump dice di aver sconfitto l'Iran, ma la guerra continua e cresce il nervosismo a Washington

Trump dice di aver sconfitto l'Iran, ma la guerra continua e cresce il nervosismo a Washington
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Due giorni fa, a bordo dell'Air Force One, nel corso di una conferenza stampa “a mezza porta” che molti osservatori hanno definito tipica di chi è visibilmente seccato, Donald Trump ha risposto con un secco “Non lo so” a una serie di domande precise sull'evoluzione del conflitto in corso. Le domande, poste da un giornalista, vertevano sui nodi cruciali di questa fase: se si stesse tornando a una guerra su larga scala, se il Memorandum di intesa fosse ormai da considerarsi morto e se il cessate il fuoco fosse definitivamente finito o solo sospeso in attesa di sviluppi.

Il “Comandante in Capo” e gli obiettivi dell'operazione “Epic Fury”

Il “Comandante in Capo” che ha portato l'America in guerra, alimentando un conflitto di proporzioni enormi, appare oggi incerto sul da farsi, anche rispetto agli ambiziosi obiettivi dell'operazione iniziata il 28 febbraio scorso. All'inizio delle ostilità, gli scopi dichiarati erano la resa incondizionata del regime di Teheran, la possibilità di nominare un nuovo capo della Repubblica Islamica gradito a Washington, la distruzione del programma di arricchimento dell'uranio e il controllo americano dello Stretto di Hormuz.

Con il passare dei giorni e il protrarsi dei bombardamenti, la posizione del presidente americano sembra essersi fatta più sfumata e contraddittoria, oscillando tra la proclamazione di una vittoria ormai certa e la richiesta di aiuto agli alleati europei.

I segnali di un’escalation: aerei cisterna e tensioni sul campo

Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche, la situazione sul terreno racconta una storia diversa. L'accelerazione del conflitto è descritta da tre dinamiche convergenti che gli analisti di Washington osservano con crescente apprensione. In primo luogo, il Pentagono ha fatto atterrare nelle basi del Medio Oriente oltre trenta aerei cisterna KC-135, un dispiegamento che testimonia la complessità logistica e la portata delle operazioni in corso.

In secondo luogo, la maggiore precisione dei missili iraniani, che continuano a colpire le basi americane nella regione, sta mettendo a dura prova le difese alleate. Inoltre, il dibattito tra i vertici dell'amministrazione è sempre più acceso, con il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance che, secondo alcune fonti, si troverebbero su posizioni divergenti rispetto alla gestione del dossier iraniano.

Le tre strade di Trump e il fantasma dell'invasione

Per i detrattori della Casa Bianca, questa guerra in Iran sta assumendo i contorni di un gioco da tavolo in cui il presidente americano sembra perdere progressivamente terreno, ritrovandosi a dover contemplare quelle stesse opzioni di escalation che aveva in passato respinto. Dopo aver dichiarato ad aprile che la parte più difficile era stata fatta e che il conflitto si sarebbe chiuso in fretta, Trump si trova oggi a fare i conti con una realtà molto più complessa.

Le opzioni sul tavolo, e che lo stesso presidente aveva a lungo scartato su suggerimento di Benjamin Netanyahu, tornano ad essere prese in considerazione, mentre il tycoon sembra sempre più in difficoltà nella gestione del dossier iraniano.

Questa mattina, Donald Trump è tornato a sostenere che l'Iran “è stato sconfitto” e che “la guerra è vinta”. Eppure, i bombardamenti americani sono continuati per il nono giorno consecutivo, mentre dall'amministrazione statunitense si leva una nuova richiesta di intervento militare ai Paesi europei, che finora hanno mostrato scarso entusiasmo nel farsi coinvolgere in un conflitto mediorientale che non hanno mai voluto.

Tutti elementi che inducono a guardare con scetticismo alle trionfalistiche dichiarazioni del tycoon, la cui posizione appare sempre più isolata e in bilico tra la necessità di dichiarare una vittoria che sul campo non si vede e la consapevolezza di dover trovare una via d'uscita da una guerra dai costi umani, economici e geopolitici sempre più elevati.

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