Il cuore spezzato in due: dalla donazione di Denise al calvario del bimbo di Napoli

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il 3 dicembre del 1967, al Groote Schuur Hospital di Città del Capo, la storia della medicina cambiò corso quando il chirurgo Christiaan Barnard prelevò il cuore di una venticinquenne, Denise Darvall, per impiantarlo nel petto di Louis Washkansky, un cinquantatreenne lituano la cui vita dipendeva ormai da un miracolo -1. Quell'organo, ancora pulsante dopo la dichiarazione di morte cerebrale della giovane avvenuta a seguito di un incidente stradale, viaggiò in una soluzione fredda per essere trasferito nella sala operatoria accanto, in un passaggio che allora apparve quasi come una profanazione agli occhi di un'opinione pubblica mondiale non pronta ad accettare l'idea che la fine potesse generare un nuovo inizio -5. Washkansky, l'uomo che ricevette quel dono straordinario, sopravvisse appena diciotto giorni, stroncato non da un cedimento del muscolo cardiaco, che pure funzionava, ma da una polmonite aggravata dall'uso dei primi rudimentali farmaci immunosoppressori, allora incapaci di distinguere tra un nemico esterno e la salvezza appena ricevuta -1.

L'atto d'amore che divenne legge non scritta

A distanza di quasi trent'anni da quell'impresa pionieristica, un'altra storia destinata a segnare la coscienza collettiva italiana maturava sulle strade della Calabria. Era il 1994 quando Nicholas Green, bambino di sette anni in vacanza con la famiglia, venne colpito per errore durante un tentativo di rapina sulla Salerno-Reggio Calabria. I genitori, Reginald e Margareth, presero una decisione che allora apparve controcorrente: donare gli organi del figlio, ormai cerebralmente morto -7. Quella scelta generò un sommovimento culturale tale da ribaltare la percezione italiana sulla donazione, trascinando il Paese da posizioni di retroguardia a livelli di eccellenza europea. Oggi Reginald Green, novantasettenne con una vita divisa nettamente tra il prima e il dopo quella notte, continua a lanciare un appello che travalica i confini del personale: serve più fiducia, servono più donatori, perché il meccanismo regge solo se sorretto dalla convinzione collettiva che la morte possa cedere il passo alla vita -7.

Il ghiaccio che ustiona e il cuore che si spegne

Questo delicato equilibrio tra speranza e tragedia si è però infranto, poche settimane fa, lungo la tratta che da Bolzano porta a Napoli. Un bambino di due anni, affetto da una cardiopatia dilatativa, attendeva un cuore nuovo che da Bolzano era partito con tutte le speranze del caso. Durante il trasporto, però, qualcosa è andato storto: al posto del ghiaccio tradizionale, necessario a preservare l'organo senza danneggiarlo, è stato utilizzato ghiaccio secco, la cui temperatura estremamente bassa, combinata con l'anidride carbonica, ha letteralmente ustionato il muscolo cardiaco -3. Non solo: il contenitore impiegato era di plastica rigida, privo di quei sistemi di monitoraggio termico che avrebbero dovuto segnalare l'anomalia prima che fosse troppo tardi -3. Quando il cuore è arrivato all'ospedale Monaldi, i chirurghi si sono trovati di fronte a un bivio drammatico: impiantare comunque quell'organo danneggiato, sapendo che difficilmente avrebbe retto, o rinunciare condannando il piccolo alla morte immediata, dato che il suo cuore era già stato espiantato e si trovava in circolazione extrarea -8.

La paura che corrode la solidarietà

La scelta, obbligata e disperata, è stata quella di procedere. Il bambino è sopravvissuto all'intervento ma è rimasto attaccato a un macchinario per il supporto vitale, in attesa di un nuovo, improbabile, trapianto. La Procura, guidata da Nicola Gratteri, ha aperto un'inchiesta che al momento conta sei sanitari iscritti nel registro degli indagati, tra le equipe del Trentino e quelle campane -8. Ma al di là delle responsabilità penali, che una perizia tecnica dovrà chiarire analizzando il malfunzionamento del box tecnologico, ciò che preoccupa il mondo dei trapianti è l'onda lunga di questo episodio. Flavia Petrin, presidente dell'Aido, lancia l'allarme: si teme un effetto Nicholas al contrario, ovvero che la paura e la rabbia generate da questa vicenda inducano le famiglie a negare il consenso alla donazione dei propri cari -8. Un paradosso amaro, se si pensa che il sistema italiano è tra i più affidabili d'Europa e che ogni cedimento nella fiducia collettiva rischia di vanificare anni di progressi e di sacrifici, condannando di fatto chi resta in lista d'attesa a un'attesa ancora più vana.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.