Il professor Manni non va in pensione: il giudice gli dà ragione, “può restare a scuola”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La cattedra come una trincea dalla quale non si vuole scendere, nonostante l’età che avanza e le leggi che imporrebbero il passo indietro. A Brescia, il caso del professor Franco Manni, docente di Storia e Filosofia al liceo scientifico “Leonardo”, sta riscrivendo – almeno per il suo caso specifico – le regole del pensionamento d’ufficio nella scuola italiana. Lui, che ha iniziato a insegnare nel lontano 1986, non ha mai considerato l’aula un semplice posto di lavoro bensì una missione, quasi una vocazione, e per questo ha deciso di opporsi con ogni mezzo all’ordine di scadenza che lo voleva a riposo dal prossimo settembre.

Il Tribunale del lavoro, accogliendo il ricorso presentato dal legale che lo assiste, ha infatti annullato il decreto di collocamento a riposo. Il giudice non si è limitato a bloccare la procedura, ma ha imposto all’amministrazione scolastica – che pure aveva dato per scontato il suo addio – di rivalutare la posizione con un’istruttoria adeguata, cancellando di fatto l’automatismo che voleva il professore fuori dai cancelli del “Leonardo”.

L’errore dell’amministrazione e la norma del 2025

Al centro della vertenza c’è un nodo tecnico, più burocratico che anagrafico, che il magistrato ha sciolto a favore del docente. La scuola aveva negato la possibilità di trattenere in servizio il professore, il quale aveva manifestato chiaramente la volontà di continuare, basandosi sull’assunto che mancassero i decreti attuativi per applicare una specifica novità legislativa. Si tratta della Legge di Bilancio 2025, quella che apre le porte alle pubbliche amministrazioni per trattenere i dipendenti oltre il limite ordinamentale dei 67 anni, concedendo loro di restare fino a 70.

Il professore, assistito in questa battaglia dall’avvocato che ha patrocinato il ricorso, ha dimostrato che quell’interpretazione restrittiva era sbagliata. Per il Tribunale di Brescia, l’istituto scolastico avrebbe dovuto quantomeno valutare la permanenza in servizio sulla base di quella norma, senza nascondersi dietro l’assenza di decreti attuativi che – secondo la sentenza – non erano così indispensabili da paralizzare ogni decisione. Insomma, la legge c’è, il professore è capace (lo testimoniano le decine di studenti che seguono le sue lezioni e conferenze), e quindi la pratica va riaperta.

Una missione chiamata insegnamento

Non si tratta solo di questioni legali o previdenziali, perché la motivazione profonda della ribellione di Manni è fatta di passione e pragmatismo. Lui, che avrebbe potuto godersi il riposo, sostiene che mandare a casa un docente esperto sia uno spreco, tanto umano quanto economico. In un sistema scolastico spesso affaticato e alla ricerca di figure di riferimento, la sua voce – che ha accompagnato generazioni di studenti – rappresenta un patrimonio che il professore non è disposto a lasciar marcire in un cassetto.

La sua è una resistenza attiva: mentre la maggioranza dei colleghi attende il congedo, lui si prepara a tornare tra i banchi, forte di una sentenza che lo ha legittimato a restare. L’avvocato che lo ha assistito ha sottolineato come il giudice abbia di fatto smentito la posizione dell’istituto, riaffermando il principio che l’amministrazione non può sottrarsi a una valutazione seria e approfondita quando il dipendente è ancora in grado di produrre un contributo eccellente.

Un primo round vinto in tribunale

La decisione del giudice del lavoro non costituisce ancora una sentenza definitiva che lo tiene in cattedra fino alla soglia dei 70 anni, ma è una scossa nel sistema. Il provvedimento ha annullato il decreto di collocamento a riposo che era stato firmato per il 1° settembre 2026, imponendo alla scuola di fare un passo indietro e di riesaminare tutto con un’istruttoria adeguata. Per il professor Manni, che ha sempre ribadito di sentirsi pienamente capace di reggere il confronto con i ragazzi, è una vittoria che sa di rivalsa: non è l’età a decidere quando si è finiti, ma la volontà e la capacità di trasmettere conoscenza.

Il caso, destinato probabilmente a fare scuola in altri tribunali, riapre il dibattito su un tema caldo come quello dell’invecchiamento attivo nel pubblico impiego. Per ora, a Brescia, il liceo “Leonardo” deve rimettere in discussione i propri piani e prepararsi a rivedere tra i corridoi il volto storico del suo professore di Filosofia, che non ha alcuna intenzione di svuotare i cassetti.

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