Le ragioni dell’Italia e gli errori di Macron

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Europa, da sempre terra di mezzo tra due giganti – gli Stati Uniti d’Oltreoceano e la Russia –, si ritrova ancora una volta a fare i conti con le sue divisioni interne, mentre il presidente francese Emmanuel Macron cercava di dare un segnale di unità convocando un vertice a Parigi. Un incontro organizzato in fretta e furia, che ha riunito undici leader europei, escludendo però il primo ministro ungherese Viktor Orbán, considerato un elemento di disturbo per le sue posizioni filorusse. La scelta di escludere Orbán, se da un lato ha evitato complicazioni e lentezze, dall’altro ha evidenziato una realtà già nota: l’Europa procede in ordine sparso, con undici sfumature di leader, ognuno con le proprie priorità e visioni.

Il vertice, definito “informale”, ha visto la partecipazione di otto paesi – Francia, Germania, Gran Bretagna, Polonia, Italia, Spagna, Olanda e Danimarca – insieme ai presidenti della Commissione Europea Ursula von der Leyen e del Consiglio Europeo Antonio Costa, oltre al segretario della Nato Mark Rutte. L’obiettivo era chiaro: ribadire il sostegno all’Ucraina, ma anche inviare un messaggio al mondo, e in particolare agli Stati Uniti, che l’Europa esiste e non può essere ignorata nei negoziati per la fine della guerra.

Tuttavia, le divisioni emerse durante il summit non sono state di natura filosofica, bensì pratica. Se da un lato tutti concordano sulla necessità di aumentare la spesa militare e di sostenere Kiev, dall’altro le differenze riguardano i tempi e i modi di questo sostegno. Mentre Macron spinge per un approccio più aggressivo, che includa la possibilità di inviare truppe di peacekeeping in Ucraina, Germania e Italia frenano, preferendo una linea più cauta.

La situazione ricorda, in qualche modo, quella del 2003, quando l’allora segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld definì “Old Europe” i paesi dell’Unione che si opponevano all’intervento in Iraq. Allora, a riscattare l’orgoglio europeo ci pensò il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, che rispose a tono: «Sorry, I’m simply not convinced». Oggi, però, non sembra esserci una figura altrettanto carismatica in grado di tenere insieme le fila di un’Europa sempre più frammentata.

Il rischio, come sottolineato da molti osservatori, è che l’Europa continui a parlare tanto e a fare poco, lasciando spazio ai due imperi che la circondano. Mentre gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump, sembrano pronti a correre in quarta, l’Europa fatica a trovare una voce comune, divisa com’è tra chi vuole accelerare e chi preferisce mantenere un profilo più basso.

In questo contesto, l’Italia si è posizionata come uno dei paesi più cauti, preferendo evitare passi avventati che potrebbero complicare ulteriormente una situazione già delicata. Una scelta che, se da un lato riflette la tradizionale prudenza della politica estera italiana, dall’altro rischia di lasciare il paese ai margini del dibattito internazionale.

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