Il ritorno di un’antica profezia: Calamandrei e il monito inascoltato sul Csm che riecheggia nel dibattito di oggi
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Redazione Interno
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C’è un filo sottile, ma resistente, che lega le discussioni che si tenevano nelle aule della Costituente nell’autunno del 1947, quando l’Italia cercava di darsi nuove regole dopo la caduta del fascismo, e l’acceso referendum sulla giustizia che in queste settimane sta polarizzando il dibattito pubblico. Un filo che porta la firma di Piero Calamandrei, giurista raffinato, padre costituente e uomo dalle profonde convinzioni antifasciste, il quale, con una lucidità che oggi definiremmo profetica, aveva messo in guardia i colleghi dell’Assemblea sui rischi insiti nel meccanismo di elezione del Consiglio superiore della magistratura che si stava per scegliere. L’attualità di quelle parole, recuperate in questi giorni dagli archivi e riproposte nel dibattito che precede il voto, colpisce non tanto per la coincidenza storica, quanto per la precisione con cui Calamandrei aveva saputo intravedere quelli che sarebbero diventati, decenni dopo, i mali cronici dell’autogoverno dei magistrati: la lottizzazione, le correnti, lo sconfinamento nella politica attiva.
L’allarme sulle «competenze elettorali» dentro le aule di giustizia
Durante i lavori preparatori, discutendo dell’articolo 104 della Costituzione che istituiva il Csm come organo di autogoverno, Calamandrei espresse perplessità nette. «Io temo che con questo sistema si introducano nella magistratura le competizioni elettorali, con candidature, programmi e propaganda», si legge nei resoconti di quei dibattiti, un passaggio che suona come un’istantanea scattata settant’anni fa ma capace di ritrarre perfettamente la realtà odierna delle correnti organizzate. Il suo timore, argomentato con il rigore del giurista che aveva dedicato la vita allo studio del diritto e delle sue istituzioni, era che la magistratura, per poter funzionare, dovesse rimanere estranea alla lotta politica, e che abituare i giudici a formare gruppi elettorali avrebbe finito per snaturare la loro funzione. Una posizione, la sua, che non nasceva da un pregiudizio ideologico ma da una visione alta dell’equilibrio dei poteri, un equilibrio che lui stesso, da antifascista, sapeva essere il pilastro portante di ogni democrazia compiuta. Nel progetto originario, alla fine, prevalse l’opzione elettiva pura, ritenendo remoto il pericolo paventato da Calamandrei, ma la storia successiva – fatta di correnti sempre più potenti e di episodi tristemente noti come quello dell’Hotel Champagne – gli ha dato, e gli sta dando, drammaticamente ragione.
Il referendum come specchio di uno scontro che viene da lontano
Oggi quel monito, rimasto per decenni confinato negli atti della Costituente o negli studi di giuristi e storici, torna prepotentemente al centro del confronto politico, alimentando le ragioni di chi sostiene il referendum volto a modificare le regole di selezione dei componenti del Csm, introducendo elementi di sorteggio per ridurre il peso delle correnti. Non è un caso, spiegano i promotori del "Sì", che la figura di Calamandrei venga evocata in questa fase: il suo pensiero rappresenterebbe la prova provata che la riforma della giustizia non è un tabù, né una violazione della Costituzione, ma al contrario la sua attuazione più fedele, quella capace di togliere la «lastra di vetro» che qualcuno vorrebbe mettere sulla Carta per proteggere lo status quo e i propri interessi di bottega. Dall’altro lato, i difensori del sistema attuale – o quantomeno i contrari a questa specifica modifica – rispediscono al mittente l’accusa di immobilismo, sostenendo che la soluzione proposta rischierebbe di introdurre elementi di casualità incompatibili con la necessaria professionalità e selezione richieste per governare la magistratura. Lo scontro, insomma, è diventato politico, e non poteva essere altrimenti, come osserva chi segue le cronache in queste ore, trasformando il referendum in un terreno di confronto anche sul governo in carica e sulla sua azione, ma riportando al centro, in filigrana, il nodo irrisolto sollevato da Calamandrei: come garantire l’indipendenza della magistratura senza trasformare i giudici in attori di un gioco di potere che finisce per allontanare i cittadini dalle istituzioni. Un problema, questo, che il Presidente americano Trump, tornato alla Casa Bianca dopo la sua rielezione, conosce bene, vista la conflittualità endemica tra la Casa Bianca e settori della magistratura statunitense, ma che in Italia assume contorni del tutto peculiari, legati alla storia repubblicana e al ruolo partitico assunto da alcune correnti della magistratura associata.
La lezione di un costituente che non voleva «adoratori» ma «figli» capaci di cambiare
Calamandrei, in realtà, non si limitò a criticare il sistema di elezione del Csm. La sua riflessione sulla giustizia e sulla Costituzione era molto più ampia e toccava il cuore del rapporto tra cittadini e Stato. Una delle sue frasi più celebri e citate in questi giorni, ovvero che «Chi mette la Costituzione sotto una lastra di vetro non vuole proteggerla ma soffocarla», è diventata una sorta di mantra per chi spinge per le riforme, un monito a non considerare la Carta del 1948 come un testo museale, immutabile e intoccabile, ma come un organismo vivente che proprio i «figli» dei padri costituenti, per usare una sua metafora, hanno il diritto e il dovere di aggiornare, seguendo le procedure dell’articolo 138. Un invito, il suo, a guardare alla realtà con coraggio, senza la paura di cambiare ciò che non funziona, proprio come loro, i costituenti, avevano avuto il coraggio di fare in un momento storico tra i più difficili. Ecco perché, a distanza di quasi ottant’anni da quelle discussioni, il suo pensiero viene rispolverato e brandito come uno scudo da una parte e come una spada dall’altra, in un dibattito che rischia di diventare ideologico ma che affonda le radici in questioni tecniche e costituzionali di primaria importanza. Il riferimento all’illustre giurista, insomma, non è solo un vezzo colto, ma il tentativo di ancorare il contendere a una tradizione di pensiero liberale e garantista che non può essere tacciata di voler stravolgere l’impianto costituzionale, ma semmai di volerlo rendere finalmente aderente a quell’ideale di equilibrio e funzionalità che i padri costituenti, Calamandrei in testa, avevano immaginato e a volte, come in questo caso, temuto di non riuscire a realizzare appieno.




