Il monito di Calamandrei e la lunga estate dei giudici "politicizzati"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel 1946, mentre all’Assemblea costituente si gettavano le fondamenta della Repubblica, Pietro Calamandrei – che era stato un monumento del diritto e, non va dimenticato, un perseguitato dalla Repubblica sociale italiana – lanciò un monito che oggi, a ottant’anni di distanza, suona come una premonizione. Il giurista fiorentino, uomo dalla profonda vocazione laica e liberaldemocratica, temeva che una magistratura resa totalmente autoreferenziale dal suo stesso isolamento avrebbe potuto, un giorno, non tanto applicare le leggi quanto piuttosto reinterpretarle a proprio piacimento, se non addirittura rifiutarsi di osservarle. Ed è probabilmente ciò che sta accadendo in queste settimane, a giudicare dal tenore di alcuni provvedimenti giudiziari che hanno scatenato un durissimo scontro tra l’esecutivo e le toghe -1.

La musica che suona la "banda" del No

Non ci si deve poi meravigliare più di tanto, in questo clima, se un ragazzo seduto tra i banchi di scuola finisse per scrivere in un tema che il suo sogno, da grande, non è quello di indossare una divisa ma piuttosto di intraprendere la carriera dello spacciatore. Né dovrebbe stupire la contraddizione stridente di certi provvedimenti: da un lato, giudici che allontanano minori dalle loro famiglie per presunte inadeguatezze, magari quelle stesse famiglie che scelgono di vivere in un bosco lontano dal consesso civile; dall’altro, gli stessi magistrati che ordinano la liberazione di un immigrato clandestino con ventitré condanne alle spalle – e tra queste, si mormora, anche un capo d’imputazione per violenza sessuale – perché, si dice, ha il sacrosanto diritto di riabbracciare i suoi familiari, i quali, verrebbe da pensare con un certo sarcasmo, saranno probabilmente tutti degli stinchi di santo. È questo il senso profondo di quell’espressione, ormai divenuta un luogo comune nel dibattito politico, secondo cui "la loro banda suona il No": un No ostinato e pregiudiziale a qualsiasi politica governativa in materia di ordine pubblico e immigrazione -1.

Tre sentenze che pesano come macigni

I fatti, in questo senso, parlano chiaro e non necessitano di commenti. A Roma, un giudice ha recentemente stabilito che lo Stato debba risarcire con poche centinaia di euro un migrante algerino, irregolare sul territorio nazionale e destinatario di ben ventitré condanne, che era stato trasferito – evidentemente in modo ritenuto "illegittimo" dalla magistratura – in un centro per il rimpatrio in Albania -2-9. Pochi giorni dopo, a Palermo, un’altra sezione del tribunale ha condannato l’Italia a rifondere alla Ong tedesca Sea Watch, quella stessa dell’allora capitana Carola Rackete, una somma che si aggira attorno ai novantamila euro, tra rimborso per il fermo della nave, spese processuali e interessi maturati. Il tutto perché, nel 2019, dopo che la Rackete aveva speronato una motovedetta della Guardia di Finanza pur di forzare il blocco e far sbarcare a Lampedusa i migranti soccorsi, il sequestro amministrativo dell’imbarcazione era stato giudicato, a posteriori, come un atto dovuto ma formalmente illegittimo, anche a causa del silenzio-assenso del prefetto -2-4-7. E proprio ieri, per completare il trittico, il tribunale di Catania ha revocato il fermo di quindici giorni imposto alla Sea-Watch 5, un’altra nave della stessa organizzazione non governativa, dopo un salvataggio in acque libiche -7.

La controffensiva del governo tra Garlasco e referendum

È in questo scenario incandescente che si inserisce la strategia comunicativa del governo, il quale cerca di cavalcare l’onda emotiva di questi casi popolari – dal migrante pluripregiudicato alla nave dei soccorsi, passando per i mille tormenti del caso giudiziario di Garlasco – per arginare quella che viene percepita come un’avanzata politica della magistratura associata -1. L’ombra di un possibile errore giudiziario nel delitto di Chiara Poggi, con le nuove carte che riportano in auge il nome di Andrea Sempio e le contraddizioni sullo scontrino del parcheggio di Vigevano, riaccendono i riflettori su una vicenda che l’Italia intera segue ormai da sedici anni, alimentando il racconto di una giustizia fallace e incline al pregiudizio -3-8. In questo mese che ci separa dalla tornata referendaria sulla riforma della giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, la destra al governo sembra aver trovato la quadra: puntare tutto sul voto per il sì, utilizzando queste sentenze come la prova provata di una magistratura che non solo non applica la legge, ma che la stravolge in chiave antagonista -4. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non usa mezzi termini quando parla di "decisioni oggettivamente assurde" e di un "messaggio" che si vuole far passare, quello per cui a nessun governo sarebbe concesso di contrastare l'immigrazione illegale perché "una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso" -4-6.

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