Almasri condannato a Tripoli, riecheggia lo scontro sul rimpatrio
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Redazione Interno
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La condanna è arrivata da Tripoli, ma l’effetto politico si è fatto sentire immediatamente a Roma. Il Tribunale penale libico ha inflitto sette anni e quattro mesi di reclusione a Osama Najeem Almasri, ex comandante operativo delle forze di polizia giudiziaria ed ex responsabile della sicurezza nel carcere di Mitiga, riconosciuto colpevole di violazioni dei diritti dei detenuti.
Una sentenza che, per le autorità giudiziarie libiche, rappresenta il punto d'arrivo di un procedimento iniziato dopo segnalazioni su violenze e maltrattamenti nei confronti dei reclusi nella struttura detentiva della capitale; per l’ex comandante, che aveva già suscitato un acceso dibattito politico nel nostro Paese, è stata disposta anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.
Le accuse e il processo di Tripoli
Secondo quanto riportato dai media libici e dalle agenzie, la condanna scaturisce da un'inchiesta della Procura generale libica, guidata da Al Siddiq al Sour, che aveva contestato ad Almasri torture ai danni di dieci detenuti e la morte di un recluso come conseguenza dei maltrattamenti subiti. Il procedimento si è basato sulle testimonianze raccolte direttamente all'interno del penitenziario di Mitiga, dove gli inquirenti hanno ascoltato i racconti di chi ha vissuto sulla propria pelle le violenze del regime carcerario.
L'uomo, che nel frattempo era stato arrestato in Libia nel novembre del 2025, a circa dieci mesi dalla sua liberazione in Italia, ha così visto riconosciuta in patria una parte delle responsabilità che gli vengono contestate a livello internazionale.
Un caso politico che torna a bruciare
A rendere la vicenda un caso politico di primo piano era stato, ovviamente, il ruolo giocato dall'Italia nei mesi precedenti. L'ex comandante era stato arrestato a Torino nel gennaio del 2025 in esecuzione di un mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale, che lo accusava di crimini di guerra e contro l'umanità per fatti commessi a partire dal 2015 nel carcere di Mitiga.
Due giorni dopo, tuttavia, la Corte d'appello di Roma non aveva convalidato l'arresto per un vizio procedurale, e il governo italiano ne aveva disposto il rimpatrio immediato a bordo di un volo di Stato, sottraendolo così alla giurisdizione dell'Aja. Una decisione che l'esecutivo aveva motivato con ragioni di sicurezza nazionale e con la necessità di preservare gli interessi strategici in Libia, ma che aveva scatenato forti polemiche da parte delle opposizioni e delle organizzazioni per i diritti umani.
Il nodo della giustizia internazionale
La sentenza pronunciata a Tripoli, per quanto severa, non chiude automaticamente il dossier giudiziario di Almasri. La Corte penale internazionale mantiene infatti la sua competenza e dovrà valutare se il procedimento nazionale copra gli stessi fatti e se soddisfi gli standard di genuinità richiesti dal principio di complementarità.
Le accuse che pendono sul capo dell'ex comandante a livello internazionale sono infatti più ampie e gravi, configurandosi come crimini contro l'umanità e crimini di guerra per fatti che includono omicidio, stupro e violenza sessuale. Resta quindi aperto il nodo della cooperazione tra la Libia e l'Aja, con Human Rights Watch che ha ricordato come il Paese nordafricano sia obbligato a collaborare con la Corte in virtù del rinvio disposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2011.
Reazioni politiche in Italia
Come prevedibile, la notizia ha provocato reazioni opposte e immediate nel panorama politico italiano. Se per esponenti dell'opposizione la sentenza rappresenta la dimostrazione che "persino la Libia ha fatto ciò che il governo italiano non ha voluto fare", per i partiti di maggioranza il verdetto è stato accolto come una conferma delle scelte operate dall'esecutivo.
La deputata di Fratelli d'Italia Augusta Montaruli ha sottolineato come la condanna "confermi che il governo Meloni aveva ragione ed ha agito correttamente", mentre nel campo opposto il senatore di Italia Viva Enrico Borghi ha bollato il rimpatrio di Almasri come una "pagina ignominiosa" dell'esperienza di governo delle destre italiane. Il tema, insomma, resta un tassello delicato del rapporto tra politica e giustizia internazionale, con il governo che per la vicenda è finito anche sotto inchiesta per favoreggiamento e peculato.




