Schlein: su Almasri, figura imbarazzante e vergognosa per il governo
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Redazione Interno
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La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha definito "una figura imbarazzante e vergognosa per il nostro Paese" la vicenda legata al generale libico Osama Njeem Almasri, le cui traversie giudiziarie continuano a sollevare interrogativi sulle relazioni internazionali dell'Italia. A margine dell'iniziativa 'Il Domani delle donne', tenutasi a Roma, Schlein ha puntato il dito contro l'esecutivo, affermando che "evidentemente per la Procura libica il diritto internazionale vale solo fino a un certo punto, come per questo governo, per parola del ministro Tajani". La sua dichiarazione getta una luce cruda sulla complessa partita diplomatica e giudiziaria che si sta svolgendo tra l'Italia e la Libia, un rapporto che, in questo caso, sembra aver preferito una soluzione di comodo ai principi di giustizia universale.
Il plauso libico e l'ombra dell'arresto italiano
Oltre il Mediterraneo, intanto, il primo ministro del governo di unità nazionale libico, Abdelhamid Dbeibah, ha plaudito all’arresto di Almasri avvenuto a Tripoli, dichiarando con enfasi che “nessuno è sopra la legge”. Il generale, un tempo ex capo della polizia giudiziaria libica e comandante della milizia Rada, è ora accusato dalla Procura generale di Tripoli di aver commesso torture e violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Mitiga. Questo sviluppo, che potrebbe apparire come un trionfo della giustizia locale, non può essere disgiunto dal precedente italiano: Almasri, infatti, era già stato fermato in Italia lo scorso gennaio su mandato della Corte penale internazionale, per crimini di guerra e contro l'umanità. Un episodio, quello dello scorso inverno, che si concluse nell'arco di pochi giorni con la sua scarcerazione e il suo immediato rimpatrio su un volo dei servizi, a causa di quella che è stata descritta come l'inerzia del ministero della Giustizia, il quale scelse di non chiedere la convalida dell’arresto né l’applicazione di una misura cautelare.
L'ascesa e la caduta di un uomo forte
La biografia di Osama Almasri, del resto, rispecchia fedelmente i travagliati e violenti capovolgimenti che hanno segnato la Libia nell'ultimo quindicennio. La sua parabola lo ha portato da umile venditore di polli e volatili nel mercato del centro di Tripoli, prima della caduta del regime, a divenire un uomo forte delle milizie islamiche nella capitale post-rivoluzione. In quel ruolo, come attestano le accuse, si è macchiato di gravi abusi, riconosciuti persino da un tribunale libico, concentrandosi in particolare sulle torture inflitte ai migranti nelle carceri sotto il suo controllo. La sua recente incarcerazione a Tripoli, quindi, lo trasforma da aguzzino a prigioniero eccellente di un governo, quello di Dbeibah, determinato a consolidare con ogni mezzo, incluso quello giudiziario, il proprio potere sulla Tripolitania.
I retroscena e le accuse internazionali
Le accuse che oggi gli vengono mosse in Libia – che includono, oltre alla tortura, anche l'omicidio e la sistematica violazione dei diritti umani – sono per molti versi un eco di quelle per cui la Corte penale internazionale ne aveva richiesto la cattura. Il suo attuale arresto a Tripoli, se da un lato ha provocato le immediate reazioni delle opposizioni italiane, dall'altro riporta inevitabilmente alla luce i molti retroscena dell'operato di gennaio. Allora, la sua breve detenzione a Torino e il successivo, frettoloso ritorno in patria, organizzato per mezzo di un aereo dei servizi segreti, hanno lasciato un solco profondo di perplessità, dipingendo il quadro di una trattativa opaca i cui veri contorni restano, ancora oggi, avvolti in una fitta nebbia.




