Arrestato in Libia il generale Almasri, il governo italiano sapeva

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'arresto del generale libico Osama al Najem Almasri, avvenuto a Tripoli lo scorso 5 novembre, riaccende i riflettori su una vicenda intricata che lega, in un groviglio di accuse gravissime e calcoli politici, la Libia, l'Italia e la Corte penale internazionale. L'alto ufficiale, un tempo a capo della polizia giudiziaria e direttore del carcere di Mitiga, è finito in manette su ordine della Procura generale libica, la quale gli contesta, come si apprende dalle indagini, il ricorso sistematico alla tortura contro diversi detenuti e l'omicidio di almeno uno di loro, un migrante, forse nell'ambito di un losco sistema di estorsione ai danni delle famiglie per permettere il proseguimento del viaggio verso l'Europa.

Le reazioni a Tripoli e la linea di Dabaiba

A commentare pubblicamente la misura cautelare è stato il primo ministro del Governo di unità nazionale, Abdulhamid Dabaiba, il quale, nel corso di una cerimonia per il conferimento di diplomi a nuovi ufficiali di polizia, ha definito la detenzione di Almasri una prova tangibile dell'autorità dello Stato. Dabaiba, senza fare nomi ma alludendo palesemente al caso, ha sottolineato come la magistratura libica sia perfettamente in grado di "applicare la legge senza eccezioni né selettività", lanciando un messaggio di fermezza e di riaffermazione di un controllo che, nelle tumultuose dinamiche tripoline, appare spesso precario. La mossa si inquadra, a ben vedere, in un'operazione più ampia di epurazione interna contro alcune milizie, come la "Rada" e gli stessi apparati della "Polizia giudiziaria", che, sebbene nate con un'affiliazione istituzionale, sono poi cadute in disgrazia a causa delle faide che percorrono la capitale.

Il complicato dossier per Roma

È proprio la storia dei rapporti privilegiati intrattenuti da alcuni di questi gruppi con Paesi esteri, tra cui figura in prima linea l'Italia, a rendere la vicenda Almasri un dossier spinosissimo per il governo di Roma. Lo scorso gennaio, infatti, il generale era stato arrestato sul territorio italiano, a Torino, per poi essere rimpatriato in Libia con un volo di Stato, nonostante su di lui pendesse un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte penale internazionale. Una scelta, quella delle autorità italiane, che all'epoca sollevò un vespaio di polemiche e che diede vita a un contenzioso con la CPI, formalmente ancora aperto. Ora, fonti governative romane hanno fatto sapere di essere state a conoscenza del mandato di cattura libico, una circostanza che, se da un lato prova come l'esecutivo fosse informato, dall'altro non fa che alimentare le perplessità sulle ragioni che condussero allora al suo rilascio.

Lo scontro politico in Italia

L'epilogo libico, con l'arresto del generale su accuse tanto severe, ha inevitabilmente scatenato un aspro scontro politico in Italia. Le opposizioni hanno attaccato con durezza l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, chiedendo spiegazioni urgenti e chiarezza su una sequenza di eventi che appare opaca e contraddittoria. L'intera faccenda, che unisce diritti umani, lotta alle milizie, rapporti internazionali delicati e una giustizia che fatica a trovare una strada comune, rimane un nodo cruciale e irrisolto, destinato a tenere accesi i riflettori sia sulle aule dei tribunali che su quelle della politica.

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